Neutralizzazione

Una favoletta chimica, dove sembra proprio che fra sognare la rivolta armata e bruciarsi i neuroni il passo sia molto sottile.

Photo by Rodolfo Clix on Pexels.com

Dove?
Il problema principale rimane sempre il dove. Non come, non quando. Il problema è sempre il dove.
Dove farlo?
Ogni volta me lo chiedo. Ogni maledetta volta.
Sono così vicino alla meta. Così vicino. Mi manca solo un po’ di coraggio.
«Dopo gli allenamenti, vieni al circolo?» domanda Dani, stringendo lo zaino sulle spalle. «Hanno un gioco nuovo.»
«Non posso, devo fare una cosa» rispondo a denti stretti.
Dani protesta. «Ma dai, non esci mai! Cosa vuoi che succeda se rimandi per un po’ i tuoi traffici?»
Possibile che non capisca? A volte mi sembra proprio ritardato.
«Succede che poi ci arriviamo nel programma, e a quel punto tutti diranno che io ho voluto giocare all’esperimento.»
«E con ciò? Che sarà mai?» insiste lui, duro come una pigna.
«Io devo essere il primo, nessuno deve poter affermare che ho preso spunto da qualcosa.»
Dani rotea gli occhi, si arrende e mi saluta, diretto verso casa.
Nessuno capisce, ovviamente. Nessuno. Sono tutti troppo occupati a farsi rammollire il cervello dalla televisione, dai videogiochi e dai telefonini. Eppure, porca miseria, abbiamo sedici anni, ormai. Non sarebbe l’ora di dimostrarsi un po’ uomini, che diamine?
Che vadano al diavolo. Loro, il circolo e i loro schermi brucia-neuroni. Io mi dissocio.
Non mi avranno mai.

Due ore più tardi, finalmente libero, mi concedo due minuti per riflettere, mentre torno a casa.
Penso con soddisfazione a tutta la fase di preparazione dei giorni scorsi.
A scuola non ci siamo ancora arrivati, ma io sono andato più avanti nel libro di chimica: sto studiando i capitoli successivi a quelli che il professore spiega durante le lezioni.
Ho così appreso tutto ciò di cui c’è bisogno. Una volta verificato che il procedimento funzioni correttamente, e una volta che avrò trovato le chiavi dell’armadietto di chimica della scuola dove è custodito il prezioso acido nitrico, che da mesi bramo di sottrarre… Be’, neutralizzandolo con la comune ammoniaca potrei ottenere, almeno in teoria, il mitico nitrato di ammonio.
Non oso neanche pensarci. Mi si aprirebbero le porte del paradiso. Pare un sogno.
Comunque, il primo passo è provare la reazione con ciò che è facile comprare al supermercato. Cioè acido solforico (contenuto negli stura-cessi) e idrossido di sodio (ovvero la comune soda caustica). Mi sono procurato tutto il necessario, nei giorni scorsi. È stato semplice, e il primo ostacolo è stato superato.
Ma il problema resta sempre quello.
Dove?
Decido di farlo nella cucina al pian terreno. Serve acqua corrente, non posso andare in mezzo a un campo in campagna, come al solito. Anzi, nel bagno a fianco alla cucina, così se qualcuno dovesse entrare, dovrebbe aprire almeno due porte prima di sorprendermi con le mani nel sacco.
Oggi sono solo in casa. Ma non per molto, i miei potrebbero tornare da un momento all’altro.
Mi infilo i guanti e la mascherina. Il primo passo è prendere l’idrossido di sodio in polvere, e diluirlo con l’acqua. Le dosi consigliate nel flacone suggeriscono di fare una soluzione del due percento circa.
Se voglio ottenere il sale, le concentrazioni devono essere proporzionate. Poiché l’acido è già pronto nell’altro flacone al sessantasei per cento, ho davanti due strade. O porto la concentrazione della base al sessantasei per cento, oppure diluisco l’acido fino al due percento.
Ci penso giusto per due secondi.
«Non sono un pappamolla», mi dico. Portiamo tutto al sessantasei per cento, e via.
Calcolo le quantità, scribacchiando velocemente su un foglio. Dopo di che, verso le micro palline di soda dentro al recipiente di vetro. Aggiungo poco a poco l’acqua necessaria. Fuma… Aspetto che si calmi.
Ecco la mia soluzione al sessantasei percento di idrossido di sodio.
Metto il recipiente sul davanzale della finestra, per far uscire i fumi. Poi apro il flacone di acido solforico. Calcolo la dose. Più o meno metà bottiglia.
In un angolo della mente penso che sia inutile calcolare le dosi esatte, se poi le misuro a occhio. Ma ho troppa fretta di finire, ogni momento che passa corro il rischio che entri qualcuno.
Travaso l’acido in un altro recipiente. Ci siamo. È tutto pronto.
Tendendo il braccio, restando il più lontano possibile, verso l’acido dentro la base.
Tutto insieme.
Swoosh!
Immediatamente il composto inizia a scoppiettare violentemente, zampillando come un geyser.
Spaventato mi ritraggo di colpo, lanciando una mezza imprecazione.
Gli schizzi arrivano dappertutto!
Per fortuna indosso i guanti e la mascherina. Me la sono vista brutta davvero…
Dopo due secondi, finisce tutto, rapido come è iniziato.
Una volta passato lo spavento, controllo i danni. Il recipiente è quasi vuoto: la soluzione è praticamente esplosa, schizzando via dappertutto.
Altro che solfato di sodio.
La mia prima reazione di neutralizzazione fra acido e base non è stata proprio un grande successo.
La finestra è annerita in più punti. Provo a lavare con acqua. Non cambia molto, rimane un macello inaudito.
In preda al panico, raccolgo tutto dentro un sacchetto nero dell’immondizia: flaconi, recipienti, guanti e mascherina. Esco in strada con il cuore in gola. È già buio, non c’è anima viva, e il freddo vento di marzo mi scompiglia i capelli.
Non appena il sacchetto sparisce dentro il capace stomaco di ferro del cassonetto, lascio andare un lungo sospiro di sollievo. Scampato pericolo, a quanto pare.
«Se dovevi solo buttare l’immondizia, avresti potuto venire.»
Il cuore mi salta tre battiti, poi riprende a galoppare impazzito.
«Dani, accidenti a te, mi hai fatto venire un infarto! Ma come diavolo ti salta in mente di spuntare fuori così, alle spalle?» esclamo, furibondo.
Lui scoppia a ridere, e scende dal sellino della bici. «Forza, scemo, vieni a fare un salto. C’è ancora mezz’ora di tempo, prima del coprifuoco.»
Guardo l’orologio. I nostri rispettivi genitori vogliono che siamo a tavola per la cena alle sette e mezza in punto. «Qualche volta vorrei davvero che i nostri vecchi fossero solo dei normali vicini di casa, non compagni dittatori di due nazioni oppresse adiacenti.»
«Ah, come la butti già pesante, tutte le volte. Mi sa che leggi davvero troppa roba di Orwell.»
«Non infangare il nome di quel sant’uomo.»
Dani ignora il mio commento. «Andiamo dai, che c’è il nuovo Resident Evil al circolo, la postazione della Play Station è assediata da ieri.»
Sospiro. Penso che in fondo potrebbe essere un buon alibi… Non si sa mai. Ci saranno sicuramente delle indagini sulla finestra annerita, anche se può darsi che non venga scoperta per qualche giorno. In ogni caso, meglio non rischiare. Io oggi non c’ero, assolutamente… Ero al circolo.
«E sia, cederò al ricatto capitalista, e addormenterò i miei sensi di ribellione guidando attraverso la realtà virtuale una tipa mezza nuda contro un esercito di zombie assetati di sangue.»
«In fondo, ci sono modi peggiori di soccombere ai propri ideali, no?» dice Dani, con gli occhi che gli brillano. Cazzo, pensa davvero che sbirciare mezzo pixel di tette insanguinate sia il massimo del divertimento?
«Tu non hai capito niente, Dani. Io non soccombo affatto» replico, convinto.
Lui mi fissa sorridendo. «Ah no?»
«No. Ritirarsi oggi per combattere domani. Non ripetere mai due volte gli stessi errori. Ecco cosa insegnano i samurai.»
«Ah, certo. E dimmi, per caso insegnano anche come rattopparsi i pantaloni?» ribatte lui, indicando le mie gambe.
Abbasso lo sguardo sui miei jeans nuovi.
Ci sono due enormi buchi belli grossi, uno all’altezza della coscia destra, l’altro sul ginocchio sinistro.
Impreco sottovoce. Dani scoppia a ridere.
Ci avviamo verso il circolo, verso la tipa pixelata con le tette sporche di sangue dei non morti. Verso il piacevole veleno anestetico che addormenta le coscienze dei membri di un popolo oppresso.
In un attimo di lucidità, mi viene da domandarmi se sia stato l’acido o la base, a corrodere il cotone. Ma poi mi rendo conto che non ha alcuna importanza. Almeno, non tanto quanto l’ultima riflessione che sorge spontanea.
E cioè, quella a proposito del fantomatico dove…
Forse, sarebbe stato meglio farlo all’aperto, dopotutto.

Pubblicato da mattpaskal

Mattia Bernardini, classe '87, è un ingegnere elettronico, musicista e scrittore italiano. Mezzo toscano e mezzo romagnolo, vive al confine fra queste due regioni in mezzo ai monti dell'Appennino. Oltre al lavoro come progettista hardware, suona la chitarra elettrica in due gruppi musicali italiani che godono di una buona notorietà all'estero: Manovalanza e NH3.

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