La buena onda

Diario del tour in Messico dei Manovalanza

Data di pubblicazione: febbraio 2017

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/buena-onda-Mattia-Bernardini/dp/8892502360

Editore: auto pubblicazione tramite Streetlib

Genere: narrativa autobiografica, diario di viaggio

La buena onda è il mio primo libro pubblicato. Si tratta di un diario di viaggio del tour che ho effettuato con i Manovalanza, la mia band, in Messico nell’agosto 2015. Il libro è stato pubblicato tramite Streetlib ed è disponibile in tutti i maggiori negozi in rete sia in formato ebook che cartaceo. Di seguito la quarta di copertina ed un breve estratto.

I Manovalanza sono un gruppo ska-punk in attività dal 2006. Nati un po’ troppo tardi per far parte della “terza ondata di ska”, giunta in Italia alla fine degli anni novanta. Dopo una gavetta di auto produzione durata anni, ignorati totalmente da agenzie ed etichette discografiche, il complesso trova finalmente un terreno fertile dove sia gli ascoltatori che gli addetti al settore sono davvero interessati a loro. Peccato che la terra in questione si trova al di là dell’Oceano Atlantico… Il Messico! Con sacrificio e impegno, nel 2015 finalmente il sogno viene realizzato ed il tour messicano è alle porte. Questo libro è un dettagliato diario di ciò che affrontano i Manovalanza nella antica terra degli Aztechi e dei Maya. Partendo dal lungo viaggio in aereo, passando per la calorosa accoglienza messicana e finendo con le grottesche avventure on the road. Trasferte su furgoni scassati per strade dissestate, camminate sotto al sole cocente tra banditos e wrestler, notti passate sopra autobus con l’aria condizionata in modalità Polo Nord, corse folli in metropolitana e concerti in ogni dove. Uno spaccato di vita intensa che vede i protagonisti catapultati in una realtà molto differente dalla provincia alla quale sono forzatamente abituati, affrontando ogni difficoltà con determinazione e passione. Sullo sfondo la grande metropoli messicana, la splendida costa dei Caraibi, la gente ospitale e cordiale, le follie ed il ritmo rallentato di una nazione che, pur essendo immersa in mille difficoltà e vivendo all’ombra della maggiore potenza mondiale, non teme rivali in quanto a ricchezza d’animo. Perché il cuore pulsante del Messico arriva a toccare profondamente chiunque lo viva con ardore… Anche se solo per poche ruggenti settimane.

Estratto dal capitolo 3.

Battesimo di fuoco al Coyote Cósmico

Venerdì 7 agosto 2015

Il cielo messicano è davvero sconfinato. Ovunque ti giri non ne vedi la fine… Il clima invece, qui alla periferia della capitale, è alquanto bizzarro: un minuto prima fa caldo, sotto il sole splendente, ed il minuto dopo il vento si alza, le nubi coprono il sole e improvvisamente senti un brivido di fresco percorrere la schiena. Non si direbbe mai, ma a quasi tremila metri di altitudine è il vento del deserto che detta legge su caldo e freddo in ogni momento. Le nuvole corrono veloci ed il tempo è in constante cambiamento, con una escursione termica consistente fra il giorno e la notte.

Dopo aver dormito fra la polvere che mi tappa un po’ le vie respiratorie, nella stanza al piano superiore insieme a Valerio e al Lombardi, mi sveglio alle otto in punto. Fin troppo presto. Al piano inferiore gli altri sono già tutti i piedi. Marco e Francesco vanno a fare la spesa alla Bodega Aurrera, tornando dieci minuti dopo con un dolce enorme e rotondo con buco al centro, che assomiglia decisamente ad un classico torcolo valtiberino! Inoltre portano biscotti di vario tipo ed alcune ciambelle stile donuts americane. Io e Valerio iniziamo la giornata con un brindisi di medicinali: antistaminici nel suo caso, fermenti lattici e integratori nel mio. Sotto sotto temo che sia solo un piccolo assaggio, fin troppo spavaldo, di ciò che ci aspetta nei prossimi giorni. Comunque, dopo colazione passiamo il resto della mattinata a preparare gli zaini. Nei prossimi tre giorni abbiamo quattro concerti programmati, tutti vicino al centro della città, ed è probabile che non torneremo qui ad Acolman a dormire. Hazael ci ha detto che ci troveranno una sistemazione in varie case più vicine al centro, di amici e parenti… Staremo a vedere. Quello che è certo è che occorre preparare lo zaino ed esser pronti a tutto.

Il pranzo è a base di tacos, piatto tipico ed ingrediente principale della dieta dei messicani. Si tratta di piccole piadine di farina di mais bianco che possono essere farcite con molti tipi di carne macinata, verdure cotte e crude, e condite con salse di ogni tipo. A me piacciono molto, e anche Valerio e Riccardo apprezzano! Marco preferisce i panini con il prosciutto cotto, ma in generale anche lui si sta trovando bene riguardo al cibo, molto meglio di quanto immaginasse. Questo pasto consumato all’esterno nel giardino davanti a casa, sopra un quadrato di polistirolo appoggiato sulla custodia del sax improvvisata come tavolino, è davvero un toccasana per il nostro umore.

Nel primo pomeriggio finiamo di preparare la nostra roba, mentre nella piccola abitazione già regna il caos più totale. Chiacchieriamo fra noi un po’ preoccupati, pensando a come sarà il nostro primo concerto in terra azteca… Il cielo è nuvoloso ed il caldo un po’ attenuato, minaccia di piovere. Ci importa poco perché stasera suoneremo al chiuso, in un locale chiamato Coyote Cósmico, di cui ancora sappiamo poco e niente. La tensione è molto alta, mista alla curiosità e all’impazienza di arrivare presto al posto del concerto.

Alle sei in punto arrivano Leo, Felipe e Lele a prenderci con due furgoni. Avevano detto che sarebbero venuti alle quattro e mezza… Poco male. Uno dei due automezzi è il mini-van marrone di Leo che ormai conosciamo, già carico con la strumentazione; l’altro è un furgoncino blu vecchio e sgangherato, con i sedili posteriori rivolti verso l’interno e disposti ai lati, anziché in file come i nostri europei. A bordo del mezzo ci sono già i componenti dei Korto Circuito, il complesso che suonerà insieme a noi accompagnandoci per tutto il tour. Si tratta di gruppo ska-reggae proveniente da Chetumal, capoluogo dello stato del Quintana Roo, la zona conosciuta come caribe méxicano. Saliamo un po’ titubanti nel furgone blu, salutando i membri dei Korto Circuito con un semplice «hola», un sorriso e nulla più. Ma siamo sicuri di starci tutti? Beh… Siamo circa venti persone in un furgone che ne tiene forse quindici, ognuno con gli strumenti e gli zaini in braccio. Per me che sono claustrofobico, è quasi una tortura. Vorrei distendere almeno un po’ le gambe, ma c’è spazio a malapena per muovere di due centimetri le braccia. Roba da matti!

In più il viaggio è lungo: circa quaranta minuti. Il quartiere dove siamo diretti è pieno di polvere, fango e case basse un po’ simili a favelas. I dossi che si ripetono ogni dieci secondi contribuiscono a rendere il tutto più movimentato e scomodo… Nel tentativo di distrarsi gli altri cominciano a sparare battute gravissime sulla nostra prossima morte, quando ci fermerà la polizia e ci farà scendere tutti per perquisirci. Ma ciò non succede. Passiamo attraverso la periferia della metropoli, con i suoi cartelli enormi, incroci assurdi, cani randagi a spasso ovunque, mendicanti e venditori con la mercanzia esposta in spalla, baracche-negozi con le insegne dipinte sui muri di colore bianco sporco, e una fila interminabile di auto mezze distrutte che si fermano ogni tre metri per non volare sopra ai dossi. Incontriamo anche parecchie pattuglie di polizia, sia in auto, che in moto, che su dei furgoni enormi iper-corazzati. Ma nessuno per fortuna si interessa a noi. Ci sono cose ben più strane, sulle strade di Città del Messico, di un vecchio furgone blu con venti persone schiacciate a bordo…

Alle sette e qualche minuto della sera finalmente arriviamo al locale, parcheggiando poco più avanti nel primo posto disponibile. Come scendiamo dal furgone subito si nota un forte puzzo di escrementi. Ci sono delle buche enormi ai bordi della strada, ancora piene di acqua marrone e fangosa. Il cielo è grigio e minaccia pioggia. Scarichiamo la pesante strumentazione e percorriamo i pochi metri dal parcheggio al locale a piedi. Nessuno di noi capisce bene cosa stia succedendo: la situazione è caotica e nessuno dei messicani sembra in grado di fornire troppe spiegazioni. Non rimane che attendere e stare a vedere che piega prendono gli eventi. Nel frattempo, mi guardo intorno e cerco di farmi un’idea del posto.

La Pulquería Coyote Cósmico è un piccolo locale situato lungo una strada molto trafficata nel quartiere di Nezahualcóyot. Si tratta di un quartiere povero e abbastanza malfamato, non lontano dall’aeroporto internazionale, dove siamo giunti ieri. Queste sono le poche informazioni che abbiamo per ora. Dando uno sguardo dentro al locale mi viene da sorridere e da piangere al tempo stesso. È minuscolo. Ma proprio del tipo che è impossibile suonarci dentro! Ci sono due stanze solamente. Una è quella con il bancone ed è piena di gente. L’altra è quella dove si dovrebbe suonare, solamente che c’è anche il bagno oltre ad un mucchio di sedie ammassate a ridosso della parete, con il risultato che c’entrano a malapena batteria e amplificatori. E fra le due stanze, c’è soltanto l’apertura di una porta. Ma come è possibile suonare qui?

L’unica cosa da fare è affrontare la questione dal punto di vista messicano. A parte noi europei, tutti gli altri non sono minimamente preoccupati, anzi per loro la situazione è del tutto normale. Non rimane che abbracciare la follia messicana e gettarsi a capofitto in questa avventura…! Mentre Leonardo monta il palco aiutato da Lele, che indossa sempre lo stravagante cappello di paglia sulla testa, noi siamo costretti a rimanere fuori perché fisicamente non ci entriamo nella piccola stanza. Ammassiamo quindi la strumentazione sul marciapiede fuori dal locale, preparandoci ad una lunga attesa. Invece veniamo subito accolti, anzi assaliti, da un gruppo di ragazzi che ci tempestano di domande e di complimenti. Alcuni di loro fanno parte de “La Nueva Union”, il gruppo spalla che suonerà stasera insieme a noi e ai Korto Circuito. In più c’è la clientela normale del locale, ed infine tutti gli altri sono fan arrivati apposta per vedere a noi.

Aspetta, fermi tutti… venuti apposta per vedere a noi??

Eh sì, a quanto pare! Così dicono, e subito ci chiedono di fare un sacco di foto insieme. Ed è così che inizia un’ora frenetica in cui parlo in spagnolo con venti persone diverse, cercando di gestire le tante richieste di traduzione che mi arrivano dagli altri, e conoscendo poco a poco tutti i ragazzi lì intorno. È davvero incredibile, un’emozione unica! E pensare che ancora non abbiamo neanche iniziato a suonare. Ci sono i ragazzi della Nueva Union, fra diciotto e venti anni, che sono entusiasti e contentissimi di suonare insieme a noi. Ci facciamo scattare foto insieme a loro, poi gli regaliamo magliette, spille e adesivi. Inoltre ci sono anche Alberto e Sckep, due ragazzi che gestiscono un blog che si chiama “International Ska”, e che fra l’altro hanno organizzato insieme ad Hazael la serata che si terrà domani sera al Bar Xipe, in centro storico. Con loro due parlo molto della musica in Italia e in Europa, una conversazione interessante e costruttiva che mi permette di farmi un’idea di come attualmente la musica e la cultura in generale in Messico sia molto più presa in considerazione rispetto che in Italia.

Insomma, in poche parole, sono momenti emozionanti e spettacolari. Trovarsi venti persone che una dopo l’altra ti chiedono di fare una foto insieme, poi parlarci in spagnolo, scoprire di cavarsela abbastanza a dispetto della riservatezza, e intavolare un bel discorso sulla cultura musicale in due paesi così lontani… Beh, è davvero un’emozione unica e stupenda. Ad un certo momento finalmente arriva anche Daniel, il padrone del locale: un giovane figo con il ciuffo impomatato di gel, tipico dell’etnia latino americana. Ci dà il benvenuto calorosamente, stringendo le mani a tutti, e ci offre la specialità della casa: il pulque. Trattasi di una bevanda alcolica, dal colore biancastro e dal sapore alquanto particolare, ottenuta dalla fermentazione del liquido raccolto da una particolare pianta grassa, l’agave. Esiste solo in Messico, ci dice, e assieme alla tequila è considerata bevanda nazionale. In passato veniva utilizzato dai sacerdoti aztechi durante alcuni riti particolari. Si beve direttamente da delle brocche di terracotta… «Quieren probar el pulque?» ci domanda. Noi annuiamo. Lui sparisce per pochi secondi dentro al locale, per poi tornare con una brocca enorme da cinque litri piena di liquido biancastro, che ci offre a due mani senza tanti complimenti! Io prendo la brocca sorridendo un po’ stupito, peserà almeno cinque chili… Lui dice «se non è abbastanza dopo ve ne porto ancora!» e poi sparisce. Io assaggio il pulque ancora stralunato. Non è male, però ha un sapore un po’ strano e immagino che alla lunga sia un po’ stucchevole. Faccio girare la brocca fra gli altri dei Manovalanza e fra i ragazzi messicani, ma ovviamente la sbobba è troppa e non riusciamo a finirla nemmeno dopo venti minuti di brindisi vari!

Nel frattempo, mentre noi parliamo sul marciapiede con i ragazzi del luogo, succedono almeno due cose importanti. Dentro il locale Leonardo finisce di montare, ed i Korto Circuito iniziano a suonare per primi senza avvisare nessuno e senza fare il sound check. Fuori invece, sulla strada, a pochi metri da noi passano auto a tutto fuoco mentre la gente attraversa senza guardare. Una ogni dieci è una volante della polizia con le sirene spiegate. Ogni volta che questo accade, i ragazzi messicani mi dicono di coprire la brocca di pulque, o di spostarla dietro gli zaini perché è proibito bere alcolici fuori dai locali. Ma non è tutto… Ad un certo punto nel cielo grigio Marco avvista un elicottero. Non fa in tempo a sorridere dicendo «oh che bello, guarda un elicottero così basso sulle case» che subito si sentono raffiche di mitra sparate dall’elicottero verso terra, in una strada non troppo lontana dalla nostra. Noi tutti rimaniamo pietrificati, gli altri ragazzi del luogo neanche si degnano di alzare lo sguardo.

Sono le otto e mezzo della sera, i Korto Circuito stanno suonando dentro al locale, ma è pieno zeppo e non c’è verso di entrare per noi che siamo fuori. Paradossalmente, ancora non abbiamo nemmeno visto il palco finito di montare. Così rimaniamo all’esterno a chiacchierare ancora con i ragazzi e a bere pulque. Inizia a piovere, anche se dapprima è solamente qualche goccia che giunta a terra si mescola alla polvere, formando un fango grigiastro per nulla attraente. Il Mancio, insieme a Valerio e Riccardo, prendono un taxi per andare all’aeroporto sperando di ritirare basso e trombone… Nel frattempo i Korto Circuito finiscono il loro spettacolo. A sentirli dal fuori son davvero molto bravi, ma immagino che avremo modo di scoprirlo meglio in seguito, visto che suoneremo sempre insieme. Adesso però è il turno de “La Nueva Union”. Sono un gruppo di ragazzetti e si sente che sono ancora alle prime armi, tuttavia il batterista è velocissimo e le melodie hanno un qualcosa di tipico dello skacore messicano che tanto piace anche a me. Purtroppo, proprio dopo un paio di canzoni, la corrente elettrica va via e tutto il locale rimane al buio. Quasi subito dopo la pioggia si intensifica e tutti cerchiamo riparo sotto la tettoia, a ridosso del marciapiede.

Tornano Riccardo, Valerio ed il Mancio. Gli strumenti sono arrivati, ma la custodia del basso è visibilmente incrinata su di un lato. Riccardo è troppo sollevato di aver di nuovo il basso fra le mani, per essere davvero incazzato contro la British Airways. Li aggiorniamo sulla situazione: la corrente elettrica è saltata ed il locale è ancora immerso nel buio. Passano diversi minuti, senza che la situazione cambi affatto. Ormai tutto sembra perduto, la luce è andata via e non si capisce se tornerà o meno. Per fortuna che l’entusiasmo contagioso dei ragazzi del luogo, misto al pulque e alla birra bevuta, ci distrae un po’. Tuttavia il morale è piuttosto basso: sembra che già la prima serata debba saltare!

Il proprietario del locale, insieme ad un altro tizio folle che non sembra minimamente preoccupato dell’accaduto, ad un certo punto escono e aprono la porta a fianco; dove ci sono dei contatori vecchissimi con fili penzolanti connessi insieme in maniera vergognosa. In Italia sarebbe reato montare un impianto elettrico così. Ma il peggio viene subito dopo. La pioggia diventa un temporale, le pozze si ingrandiscono e persino il marciapiede vicino ai contatori si allaga del tutto. Il tizio folle apre il contatore, toglie i fili dal muro e li schiaffa sul pavimento, non curante del fatto che è allagato… Si fa luce con la torcia del telefono (altra cosa incredibile: qui vivono nel fango e nel degrado ma hanno tutti smartphone e reti wi-fi in ogni dove) e armeggia sui cavi scoperti, mentre con i piedi è a mollo fino alle caviglie. È tutto questo mentre ride e scherza con il proprietario Daniel, come se fosse tutto normale!!! Roba da matti.

Però funziona. C’è da dire una cosa sui messicani: sono ritardatari, lenti e vivono nella sporcizia, ma non si perdono d’animo mai. In una situazione in cui in Italia tutti si sarebbero dati per vinti, rinunciando, per loro è normalissimo andare avanti in qualche modo e risolvere alla meglio i problemi.

Ed ecco che, dopo qualche vampata di luce, accolta prima da un boato e poi da un sospiro di delusione da parte del pubblico, alla fine la corrente elettrica ritorna per davvero! Mentre fuori continua a piovere a dirotto, dentro Leonardo e gli altri preparano il palco per i Saders, prossimo gruppo che suonerà. Si tratta di un gruppo skacore dal suono violento e pesante, molto simile a 8Kalacas, Mafia Rusa e Sekta Core. Uno stile di suonare tipicamente messicano che mischia ritmi ska ossessivi, con la batteria che pesta sulla grancassa, a riff praticamente metal con la voce urlata e le chitarre ruggenti. Interessante, anche se forse un po’ troppo pesante rispetto allo stile europeo al quale siamo abituati noi.

Durante il set dei Saders il pogo nella stanza del bancone è violentissimo. Sembra quasi una rissa: la gente ha gli occhi allucinati e di fuori dalle orbite, tutti urlano e acclamano il gruppo, botte da orbi in ogni dove. Se non fossi qui e non lo vedessi con i miei occhi non ci crederei mai.

Dopo il tornado di adrenalina dei Saders, finalmente tocca a noi… La situazione è strettissima ed è un vero casino preparare il palco, con tutta la gente intorno che vuole andare al bagno a svuotare le vesciche dal troppo pulque bevuto. Il Mancio, il Lomba e il Buzzo incontrano non poche difficoltà a piazzare le telecamere; mentre Leonardo e Lele smontano tutti i cavi dei microfoni e li ricollegano da capo, senza motivo alcuno!

Occorre precisare due cose sul suonare dal vivo in Messico. Uno: non esiste il sound check. I gruppi arrivano, montano e suonano uno dopo l’altro senza provare un cazzo. Due: non esistono i monitor. O se anche ci sono, sono solo per bellezza. In questo caso non ci sono direttamente, dunque si fa anche prima e ci si mette l’anima in pace.

Tuttavia, una volta partiti con l’introduzione e con i primi brani, sentiamo tutti una spinta dentro che ci permette di suonare bene anche in queste condizioni estremamente sfavorevoli. Il motivo è semplice: gli occhi della gente. Persone che non hanno quasi niente, che abitano in baracche, che vivono per strade polverose, ma che hanno un vero corazon in petto che batte per la musica. Sguardi allucinati e sorridenti, applausi sinceri alla fine di ogni brano, ballo e pogo fin dalla prima canzone… Un calore ed un sostegno inimmaginabile, che nemmeno nelle più rosee previsioni ci saremmo aspettati.

E così il primo concerto dei Manovalanza in Messico, dentro un localino con due stanze di dieci metri quadrati, scorre via che è una meraviglia. Gente che balla, che fa le foto ed i filmati, teste che si affacciano dall’apertura della porta sopra altre teste, e così via. Siamo tutti talmente tanto stretti che il sudore ed i respiri si fondono quasi fino a diventare una cosa unica. Due ragazze saltano a tempo sopra alla custodia del basso di Riccardo, perché non c’è altro spazio fra il muro e il bagno, ridendo e facendoci foto allegramente. E ovviamente finendo di spaccarla per bene. Tutti sono entusiasti, molti ubriachi, molti altri semplicemente contenti di essere arrivati alla fine di un altro giorno. Suonare qui stasera, al Coyote Cósmico, mi dà una sensazione di euforia indescrivibile!

Alla fine della scaletta accuso la stanchezza tutta insieme… Dopotutto, non ce ne siamo nemmeno accorti, ma non abbiamo cenato per niente, ed il pulque nello stomaco brucia come il fuoco. Appena finito il concerto, subito veniamo presi d’assalto ancora una volta dai ragazzi che voglion fare foto, che ci chiedono le magliette, che ci domandano di autografare i CD… Due ragazzi di una rivista locale mi chiedono persino un’intervista, che registrano con il cellulare direttamente sul palco. Sono sempre meno preoccupato per il mio spagnolo: me la cavo discretamente, dopo tutta la serata passata a parlare con chiunque! Anzi, se devo proprio dirla tutta, ci sto prendendo decisamente gusto.

All’improvviso però, quando l’adrenalina defluisce ed incominciamo a smontare le nostre cose, mi sento improvvisamente male. Un mal di pancia assurdo e acuto mi stronca in due, forse a causa del cibo piccante di oggi, del fatto che stasera non ho cenato, o per via del pulque bevuto direttamente da una brocca in cui ci hanno messo la bocca tutti… O forse è solamente l’insieme di tensione e digiuno, non saprei dire.

Comunque, mentre la gente si dirada e Leo continua a smontare, in qualche modo riesco a sopportare il tutto. Hazael ci fa i complimenti per come suoniamo dal vivo. Prima di organizzare tutto il tour naturalmente ci ha sentito su internet, ma vederci dal vivo lo lascia piacevolmente sorpreso. Ciò mi regala una grande soddisfazione! Poi mi presenta suo fratello Pavel, che fra l’altro gli somiglia moltissimo. Dice che stasera dormiremo a casa di loro sorella Wendy, che abita vicino al centro della città. In questo modo domattina saremo pronti per suonare al mercato del Chopo. Anche il proprietario del locale, il fico Daniel con il ciuffo latin lover, ci fa un sacco di complimenti e mi regala pure un magnete enorme da frigo con il simbolo del Coyote Cósmico! Questo regalo è molto importante per me: è un ricordo concreto e tangibile della prima esibizione dei Manovalanza in Messico.

Ci vuole molto tempo per smontare tutto, radunarsi e caricare la strumentazione nei furgoni. Noi Manovalanza ci dividiamo nelle auto di Pavel, Hazael e Paulina. Una mezz’oretta dopo siamo a casa di Wendy, la sorella di Hazael. Un appartamento decisamente migliore dell’altro dove abbiamo alloggiato, in una zona un po’ più ricca della città. O forse sarebbe più corretto dire meno povera… Comunque, la casa ha due piani, un cortile sul retro con una porta da calcio e quattro stanze da letto al piano superiore. Anche se in realtà tutto questo lo vedremo meglio domattina, perché ora siamo davvero stanchi. Io e Marco ci sistemiamo in una delle stanze dove c’è un letto matrimoniale in discesa… Giuro! Facciamo giusto in tempo ad andare al bagno ed infilarci a letto, prima di crollare addormentati. È stata una lunga serata, sono le due della notte e siamo stanchi morti.

Domani suoniamo due volte, e la sveglia è puntata per le otto della mattina.

Pubblicato da mattpaskal

Mattia Bernardini, classe '87, è un ingegnere elettronico, musicista e scrittore italiano. Mezzo toscano e mezzo romagnolo, vive al confine fra queste due regioni in mezzo ai monti dell'Appennino. Oltre al lavoro come progettista hardware, suona la chitarra elettrica in due gruppi musicali italiani che godono di una buona notorietà all'estero: Manovalanza e NH3.

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