Agarra la onda

Questo racconto breve è ispirato alla canzone Agarra la onda dei Persiana Jones. La storia è ambientata nell’estate 2001, anno di uscita dell’omonimo disco della band piemontese, capolavoro della musica italiana. Erano anni di pogo, sudore, musica, skateboard, risse ai concerti e tresche con le ragazze. In queste righe troverete tutto questo, e anche qualcosa in più. Il racconto è stato scritto per un contest di scrittura creativa.

C’è un momento preciso, nella vita di ogni studente, in cui bisogna chiamare a raccolta ogni cosa imparata.

Guido lo sapeva bene. Altroché!

Quello per lui era l’ultimo anno delle superiori. Il timido sole di inizio giugno gli scaldava la pelle, mentre con lo sguardo concentrato cercava di trovare il coraggio dentro di sé. Un’ultima prova, e poi la gloria. Un ultimo test di coraggio, sacrificio e impegno. L’atto conclusivo di tanti anni di sforzi, la dimostrazione finale che anche lui valeva qualcosa.

«Andiamo, datti una mossa!», disse il suo amico Francesco, sbracciandosi.

Guido sentiva gli sguardi addosso. Si sentiva decisamente sotto pressione. Ma non avrebbe permesso a niente di distrarlo.

Il ragazzo prima di lui uscì, terminando il suo giro. Bene, finalmente toccava a lui. L’attesa lo stava facendo spazientire.

Lanciò un ultimo sospiro, e si preparò a partire.

La prova finale. Per tanti anni si era allenato, solo per arrivare a questo momento. Era l’ora di mettere in pratica tutto ciò che aveva imparato.

E no, non era l’esame di maturità… Tutt’altro.

«Vai!».

Si lanciò sopra la tavola giù per la rampa, a tutta velocità. Il piede destro avanti, il sinistro sulla punta della coda. Proprio così, era un maledetto goofy!

Arrivato al centro dello skatepark, salì a gran velocità sul funbox, e si preparò a saltare.

Sentì Francesco incitarlo, dal bordo della pista.

Schiacciò il piede posteriore sulla coda della tavola, e quasi contemporaneamente strusciò la parte esterna del piede anteriore sulla carta vetrata dello skateboard. Così facendo eseguì un perfetto ollie, un salto, atterrando con la parte centrale della tavola sopra la ringhiera, in equilibrio perfetto.

I suoi amici trattennero il fiato per qualche secondo. Scivolò per tutta la ringhiera a velocità sconsiderata. Un boardslide perfetto, allucinante, come non ne aveva mai eseguiti in vita sua.

Arrivato al termine della ringhiera, saltò giù facendo roteare la tavola sul proprio asse. Front side shove it.

All’ultimo temette di non farcela ad atterrare, aveva i piedi messi malissimo… Ma riuscì lo stesso a mantenere l’equilibrio, chiudendo la manovra e sfrecciando sul cemento piegandosi sulle ginocchia, fra i fischi e gli applausi dei suoi amici.

«Mitico!» disse Francesco, correndogli incontro.

«Sensazionale!» rincarò la dose un altro ragazzino di terza, sbattendo il suo skate per terra per far rumore.

Guido si fermò, sorrise e alzò i pollici verso Francesco.

«Perfetto!» disse, ansimando. «Mai venuto così bene».

Francesco gli si avvicinò con il palmo della mano alzata. Guido gli schioccò un sonoro cinque, tanto era su di giri.

«Ora non devi far altro che ripetere la stessa cosa stasera, alla gara» disse poi Francesco.

Guido annuì, nervosamente. «Già…».

Era mattina presto, e alcuni ragazzi avevano saltato l’ultima lezione per allenarsi in vista della gara prevista in serata. Ci sarebbe stata una grande festa, nell’area intorno alla scuola, con tanto di concerti e gara di skateboard. Guido si allenava da mesi, voleva a tutti i costi fare bella figura.

Dell’esame di maturità, che si sarebbe svolto fra una decina di giorni, non poteva importagli di meno.

«Se stasera riesco a rifare questa roba sono sicuro di vincere» affermò, in un attimo di esaltazione.

Francesco sorrise. «Certo… Se non c’è quella che ti viene a vedere, e ti fa distrarre».

Guido si inalberò. «Quella ha un nome, lo sai? Si chiama Ilenia».

«Certo! E tu lo sai che, oltre che un nome, ha anche un fidanzato?» lo rimbeccò Francesco.

Guido alzò gli occhi al cielo. «Andiamo, Franci, sai benissimo che quel tizio non se la caga di striscio… Non se la merita».

«Senti, va bene, lasciamo perdere. Andiamo a fare colazione, piuttosto, che ne dici? Ho una fame da lupi».

«Bene» rispose Guido, pestando la coda dello skate, che saltò in aria, mentre lui lo afferrava al volo. «Andiamo».

I due amici si avviarono verso il bar della scuola, distante poche centinaia di metri dalla pista di pattinaggio.

Francesco forse scherzava, ma Guido ripensava in continuazione a quel problema… E non trovava una soluzione. Ilenia era troppo bella, e lui le andava dietro da due anni, senza successo. Sospirò, e pensò che forse avrebbe davvero fatto bene a lasciar perdere.


Alle sette e mezzo della sera tutto era pronto. Sul piazzale ampio davanti alla palestra era stato preparato un palco ben attrezzato, dove le band che avrebbero suonato stavano finendo il sound check. Dall’altra parte c’era lo skatepark, già pieno di ragazzini con le BMX che girellavano indisturbati fra le strutture, poiché c’era ancora tempo prima che iniziasse la gara. Una bancarella vendeva bibite a poco prezzo, proprio di lato del palco. Tutta l’area era piena di studenti su di giri. Avrebbero suonato quattro band della scuola e una di professionisti, a conclusione della serata. Guido non stava più nella pelle.

Anche Francesco era eccitato. Tanto che si era presentato con una busta piena di lattine di birraccia da discount, ed un blocchetto di ghiaccio per mantenerle fredde. Lui e Guido ne avevano scolate già un paio per uno.

«Franci sei un pappamolla. Che bisogno c’era del ghiaccio? I veri uomini bevono la birra anche calda» affermò Guido.

«Invece che sparare baggianate, guarda qua» rispose l’amico, indicando il volantino della festa. «Questi sono quelli che fanno i Guns?». Guidò aggrottò la fronte. «No, questi qui sono una formazione nuova, suonano da poco. Fanno punk a tutta velocità, dicono che sono un po’ matti. Hanno pure i fiati, pensa tu».

«Ma che c’entrano le trombe con il punk?» chiese Francesco.

«Pare che suonino una cosa nuova, si chiama skacore, è praticamente punk velocissimo alternato con un ritmo in levare melodico, chiamato ska».

Francesco scoppiò a ridere. «Cazzo, va bene che siamo nel duemilauno, ma questi musicisti non sanno più che inventarsi!».

«Guarda che è roba figa, ti dico. Ho sentito qualcosa».

Francesco alzò lo sguardo verso il palco. In quel momento il primo gruppo stava iniziando a suonare.

«Forza, diamoci dentro» disse, e porse un’altra lattina di birra all’amico. Guido accettò. Avrebbe dovuto rimanere lucido, in vista della gara… Ma aveva diciotto anni, che diamine. Se non reggeva un paio di birre a quell’età, che atleta sarebbe mai stato?


Pogo, spinte, sudore, occhi fuori dalle orbite e entusiasmo alle stelle. Anche Francesco si dovette ricredere.

Questo skacore era davvero una figata!

Il gruppetto con i fiati scese dal palco fra gli applausi di un centinaio di ragazzi urlanti, che continuavano a chiedere il bis. Ma non potevano accontentarli, avevano già esaurito il loro tempo a disposizione, e la cover band dei Guns ‘n Roses scalpitava per salire sul palco.

«Mamma mia che roba» disse Francesco, stappando l’ennesima lattina di birra. «Non avrei mai creduto di sudare e divertirmi così tanto!».

Guido era elettrizzato. «Hai visto quando il trombonista ha fatto l’assolo salendo sulla grancassa della batteria?».

«Ma tu hai visto quando mi sono lanciato dal palco sopra la gente?».

Erano tutti e due abbastanza ubriachi. Non avevano fatto altro che bere, saltare e scatenarsi, nel mezzo della bolgia urlante generata dal concerto di musica energica e irriverente, una piacevolissima scoperta per tutti quanti.

Mentre Guido e Francesco scolavano la loro ultima birra, il batterista della band skacore scese dal palco, e chiese al gruppo dei Guns se potevano suonare un altro paio di brani. Il batterista dell’altra band gli rispose a pesci in faccia che dovevano smettere subito, e poi aggiunse, testuali parole: «che poi non sapete neanche suonare, ho visto che non tieni mai il piede sul pedale del charleston, fai un casino inascoltabile».

Il batterista del gruppo skacore non rispose nemmeno. Almeno, non a parole. Partì subito con un destro diretto al viso dell’altro, a tutta potenza. Questi crollò a terra. Partì una rissa, che venne sedata solo diversi minuti dopo.

Nel mentre, Guido e Francesco passarono al whisky, offerto gentilmente da un loro compagno di classe.

«Come è che diceva, quella frase in spagnolo dell’ultima canzone?» chiese Franci.

«Lo que tu quieras tu tendras, para siempre».

«Sarebbe, “quello che vuoi tu lo avrai”?».

«Per sempre» annuì Guido, confermando.

Quando la musica riprese (il batterista della cover band suonava con una borsa di ghiaccio attaccata alla mandibola), Guido lasciò Francesco a divertirsi con la sua musica preferita, e si avviò lungo il muro della palestra verso il boschetto posteriore, per svuotare la vescica. Barcollava un po’. Forse aveva esagerato col bere. Giusto un po’… E ora come avrebbe fatto a chiudere il suo boardslide? Doveva escogitare qualcosa per riprendersi, pensò.

Mentre si liberava, con estremo sollievo, la sua attenzione fu catturata da un paio di voci alle sue spalle. Più vicine rispetto sottofondo cacofonico del concerto, ma non tanto alte da poter distinguere bene le parole.

Chiuse la cerniera dei jeans, si pulì le mani con l’acqua della fontanella poco distante. E all’improvviso vide, a venti metri davanti a sé, due persone discutere animatamente.

Con un tuffo al cuore, riconobbe una delle due figure.

Era Ilenia. Impossibile sbagliarsi.

Era minuta, con i capelli castani lunghi fino alle spalle, lisci, e gli occhi di una tonalità chiara di marrone, quasi ambrato. Aveva un fisico perfetto, e dei lineamenti duri, non proprio angelici, ma che per lui erano fantastici.

Non era una barbie. Non era una modella… Era una donna vera. Be’, insomma… una ragazza vera.

E stava litigando con il suo fidanzato, che la guardava quasi annoiato.

Che imbecille, pensò Guido. Ha la fortuna di stare con una così, e se ne frega. Che troglodita.

All’improvviso, Ilenia sbatté una mano sul petto del ragazzo, lo mandò sonoramente a quel paese, si voltò di scatto e tornò a passo svelto verso la zona del concerto.

Guido sobbalzò. Aveva notato un guizzo di luce, nel movimento della mano di Ilenia. Lei gli passò a fianco ma non lo vide, era in ombra. Il suo ragazzo, invece, alzò le spalle e se ne andò anche lui. Ma in un’altra direzione.

Guido, senza nemmeno sapere bene che faceva, si avvicinò al punto dove erano i due, fino a pochi istanti prima. Si chinò e guardò per terra, dove aveva visto il luccichio.

C’era un braccialetto. Si era aperto, mentre lei dava una manata a lui, e le era caduto.

Agarra la onda, pensò Guido.

Gli si era presentata davanti un’occasione unica… Ora aveva un pretesto per parlarle. Il cuore gli fece un balzo in gola, e poi prese a galoppare forsennato. Raccolse il braccialetto, e si incamminò verso la musica struggente dei Guns, che proveniva dall’altro lato della palestra.


Non aveva il coraggio, non sapeva neanche cosa dire…

Così si buttò, senza riflettere, e senza aver preparato nessun discorso. O così, o avrebbe perso la sua occasione.

«Ehi, Ilenia… Ciao» le disse, senza pensarci troppo.

Lei, in mezzo alla folla, si voltò e lo vide. «Ciao Guido», rispose, piuttosto stupita.

«Hai perso questo» disse il ragazzo, e aprì il palmo della mano, dove c’era il braccialetto. Ilenia aggrottò la fronte. Poi capì. Prese il braccialetto, ma guardò Guido di traverso.

«Grazie, ma… mi stavi seguendo?»

«No, ero lì per caso, giuro» disse Guido, mordendosi la lingua. Lei alzò le spalle, e fece per voltarsi.

«Aspetta!» disse il ragazzo. Ilenia lo fissò.

Caspita, non mi dà nessun appiglio, pensò Guido.

Poi però gli tornano in mente le parole della canzone che aveva suonato il gruppo scatenato di poco prima.

«Non puoi aspettare, non ti viene a cercare, se pensi troppo non l’avrai».

E così, Guido non pensò. Non pensò affatto.

«Senti, Ilenia, sei la ragazza più bella che abbia mai visto, e lui non ti merita. So che ti piacciono i Guns… Ti va di ballare con me?».

Lei rimase sbalordita. Stava per protestare, ma poi effettivamente Guido vide una qualche luce nei suoi splendidi occhi ambrati. E, appena impercettibile, l’ombra di un sorriso.

Poi, però, quando parlò fu freddissima.

«Non essere ridicolo. Se hai visto quello che è successo, sai bene che non sono in vena, stasera. E poi» aggiunse, puntando il dito contro di lui, «puzzi di birra. Sei ubriaco».

Guido spalancò gli occhi. «Non è vero!».

Ilenia annuì. «Non negare. Sei fradicio».

Guido continuò a scuotere la testa. «Non è assolutamente vero. E anzi, ti dimostro il contrario».

Ilenia fu presa in contropiede. «Come?».

Guido si lanciò, ormai non poteva più trattenersi da niente.

«Ti faccio un boardslide shove it out, durante la gara di skate, e vincerò il primo premio» affermò, tutto d’un fiato.

Ilenia rimase senza parole. Ma stava scherzando?

Lui le lesse nel pensiero, semplicemente guardandola.

«Non sto scherzando. Non sono ubriaco… O almeno, non abbastanza da non vincere la gara! E lo farò per te».

Così dicendo, si ritirò finché era in vantaggio, allontanandosi.

Lei rimase di stucco.


Mezz’ora dopo, il gruppo cover dei Guns scese dal palco. Prima della grande performance dell’ultimo gruppo di professionisti, c’era la gara di skate.

Venti partecipanti, da tutte le scuole del paese. Avrebbero corso trenta secondi per uno, e chi avrebbe fatto l’acrobazia più spettacolare avrebbe vinto la gara.

Guido era il penultimo. La gente era tutta accalcata contro le transenne che delimitavano l’area del pubblico. Studenti, professori, amici e genitori, tutti a guardare dei ragazzi con ginocchiere e caschi sfrecciare giù dalle rampe e sopra le ringhiere.

Era uno spettacolo inaudito. Guido sentiva letteralmente il cuore esplodergli in petto. Lei dov’era? C’era da qualche parte?

«Guido, stai calmo» disse Francesco all’improvviso. Aveva visto che l’amico non faceva altro che guardarsi intorno, girando il collo come un brontosauro.

Il primo concorrente fece un kickflip spettacolare sulla rampa in fondo allo skatepark, innescando un’ovazione incredibile.

Guido era preoccupato. Tutti i concorrenti erano bravissimi. Alcuni non chiusero nessun trick, ma proprio il ragazzo prima di lui, che conosceva di vista, si lanciò deciso verso la ringhiera al centro del funbox, e la grindò tutta in overcrook, scendendo poi con uno shove it ben eseguito.

La folla esplose. Il ragazzo alzò le braccia al cielo e lanciò lo skate in alto. Avrebbe vinto, era certo.

Francesco guardò Guido. «Cosa hai in testa?».

«Non posso fare lo shove it in uscita, come lui. Non sarebbe abbastanza».

«Non dire scemenze» urlò Francesco, per farsi sentire sopra il pubblico che ancora rumoreggiava. «Hai preparato quel trick lì, quello sai fare, non puoi metterti ad improvvisare adesso su due piedi!».

«Devo farlo. Non c’è altra scelta».

«E cosa vuoi fare, allora? Non mi dire che vuoi tentare un var…».

Chiamarono al microfono il nome di Guido. Lui guardò l’amico senza rispondere. Francesco capì al volo, e inorridì. Guido si allacciò le ginocchiere, e salì sulla rampa, sotto lo sguardo di tutti.

Si lanciò giù a tutta velocità, cercando di concentrarsi. Ma qualunque cosa pensasse, vedeva davanti a sé solo il volto di Ilenia.

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre… Y tu momento será…

E il suo momento, infine, venne per davvero.

Saltò, salì sulla ringhiera con un boardslide. Sapeva benissimo che era meno appariscente del overcrook del suo avversario…

E quindi, anziché scendere con un front side shove it, scalciò forte con il tallone del piede davanti.

La tavola roteò sul proprio asse, come in uno shove it… Ma anche sottosopra, con un guizzo visivamente spettacolare.

Guido aveva realizzato un varial heelflip.

Atterrò piegando le ginocchia, e sfrecciò verso la rampa successiva.

Il pubblico impazzì, letteralmente. Urla, schiamazzi e fischi assordanti accolsero l’incredibile manovra! Ci fu un’invasione di pista, e tutti i suoi compagni di classe corsero ad abbracciarlo, facendolo volare in aria ripetutamente.

L’arbitro dovette urlare varie volte al microfono, per far tornare la gente ai propri posti, e far così gareggiare finalmente l’ultimo concorrente, che non combinò nulla di buono.

Finita la gara, Guido si guardò intorno.

Non c’era traccia di Ilenia.


«Il vincitore è… Guido Marini!» urlò il presentatore al microfono.

Il pubblico lanciò un applauso assordante, seguito da urla e fischi. Guido era incredulo. Non sapeva nemmeno come aveva fatto a chiudere un varial heelflip! Di solito gliene riusciva uno ogni dieci!

Francesco continuava a fischiare come impazzito, alle sue spalle. Il primo premio era un buono spesa per il negozio di articoli sportivi della città. Guido era raggiante, tuttavia… Ilenia non si vedeva.

In compenso, prima che potesse ritirare il premio, gli si avvicinò il suo ragazzo. Era nero in volto, e piuttosto alterato.

«Tu! Ti ho visto provarci con la mia ragazza!» lo apostrofò, dandogli uno spintone.

Guido indietreggiò, strinse i pugni e si fece sotto.

«Ma che fai, coglione… Metti le mani addosso?».

«Non ti azzardare più a parlarle, capito?» rincarò la dose lui.

«Vai a farti fottere» disse Guido, scandendo le parole.

Scoppiò una rissa. Se le diedero di santa ragione, prima che riuscissero a separarli.

«Ti strappo gli occhi dalle orbite, e ci gioco a ping pong!» urlò Guido, fuori di sé, cercando di divincolarsi da chi lo stava trattenendo.

«Sei completamente scemo, io ti ammazzo!» gli rispose l’altro.

Il parapiglia terminò solo dopo diversi minuti. Il presentatore squalificò Guido per rissa, ed il primo premio andò al ragazzo che aveva fatto l’overcrook.


Francesco riuscì a trascinare l’amico a lato del palco, lontano dallo skatepark, proprio mentre l’ultimo gruppo stava accordando gli strumenti per iniziare il proprio spettacolo.

«Ma che ti sei bevuto il cervello? Avevi vinto!».

«Lui mi ha provocato» rispose Guido, tenendo il ghiaccio sull’occhio nero.

«Ma ti rendi conto? Bastava che lo lasciassi parlare, quell’idiota! Avevi vinto il primo premio!».

«Senti, non potevo lasciarmi insultare» ribatté Guido.

«Certo, ed ecco cosa ci hai guadagnato: niente premio ed un occhio nero».

Guido sorrise, amaramente. «Anche lui aveva un occhio nero, se non sbaglio». Francesco sbuffò, per tutta risposta.

In quel momento, il cuore di Guido saltò un battito… Poi ripartì impazzito a velocità doppia.

Ilenia lo fissava, al limite della folla che aspettava il concerto. Il suo sguardo era indecifrabile.

Guido gettò via la borsa del ghiaccio e si avvicinò. Lei si voltò e sparì fra la folla. Lui la perse di vista per un attimo, ma poi la rivide e la seguì.

Ilenia passò a fianco del banchino delle bibite, e si intrufolò nel passaggio stretto fra il muro della palestra e le scale antincendio dell’edificio scolastico. Guido continuò a seguirla. Il gruppo iniziò a suonare, accolto da un’ovazione del pubblico. Ma la musica giungeva attutita, poiché avevano svoltato l’angolo.

Alla fine del passaggio, proprio dietro il muro posteriore della palestra, Ilenia si fermò.

Non c’era nessun altro intorno. Ormai era sera, ed era piuttosto buio. Ma la luce della luna filtrava comunque dalle poche nubi che vagavano in cielo.

Guido la raggiunse, e le sorrise. Lei scoppiò a ridere.

«Stai ridendo di me?».

«Del tuo occhio nero» annuì lei.

«Sai che dall’alba dei tempi i maschi combattono fra di loro per le femmine, no?».

«Già, però è più o meno dal medioevo che i duelli sono stati aboliti» disse Ilenia, ancora ridendo.

«L’hai messa tu, su questo piano» ribatté Guido.

Lei si finse indignata. «Ma quando mai?».

Lui alzò le spalle. «Mi hai accusato di essere ubriaco. Io dovevo dimostrare che non lo ero».

«E con ciò?»

«Non è un duello anche questo?» chiese il ragazzo.

«Non mi pare», rispose lei.

«Mettila pure come vuoi, lui mi ha provocato».

«Senti lasciamo perdere, va bene? È un idiota, e stasera l’ha dimostrato più volte. Ciò non toglie che sia un’idiota pure tu, a dargli adito» sentenziò la ragazza.

Guido la guardò negli occhi. Cazzo, quanto è bella, pensò.

«È un mistero» disse.

«Cosa?».

«Come facesse quell’imbecille a stare con te e a non considerarti per niente».

Ilenia sbuffò, cercando di cambiare argomento. «Il vero mistero è come hai fatto tu a chiudere quel trick favoloso nonostante fossi vistosamente ubriaco…».

Guido la guardò maliziosamente.

«Semplice: non ero ubriaco».

Lei ci pensò sopra, e si avvicinò a lui. Ormai erano a pochi passi l’uno dall’altra.

«Mmm… Vorresti dire che, se ti baciassi adesso, non sentirei che il tuo alito sa di birra?».

Guido sorrise. «Perché non ci provi?» la punzecchiò.

Ilenia rimase in silenzio. All’improvviso, il suo volto si fece indecifrabile. Traspariva di indecisione, come se avesse una guerra dentro di sé, come un vulcano che ha accumulato magma per anni, pronto a esplodere da un momento all’altro…

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre, pensò Guido.

Ora o mai più.

Si avvicinò e la baciò sulle labbra. Lei si sbloccò. Gli gettò le braccia al collo, e lo strinse forte. Lui si perse nel bacio, sotto la luce della luna, appoggiato al muro della palestra, mentre la musica dall’altro lato infiammava i cuori del pubblico… La stessa musica che, in un modo o nell’altro, gli aveva fornito il coraggio di buttarsi.

L’onda era passata e lui, con grande ardore e sacrificio, l’aveva afferrata al volo.

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre… Todo lo podras ganar.

Pubblicato da mattpaskal

Mattia Bernardini, classe '87, è un ingegnere elettronico, musicista e scrittore italiano. Mezzo toscano e mezzo romagnolo, vive al confine fra queste due regioni in mezzo ai monti dell'Appennino. Oltre al lavoro come progettista hardware, suona la chitarra elettrica in due gruppi musicali italiani che godono di una buona notorietà all'estero: Manovalanza e NH3.

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