Senza riflettori addosso

Quello che leggerete di seguito è un estratto del diario del secondo tour in Messico dei Manovalanza, datato agosto 2018. Non mi soffermo per nulla sui concerti, sui viaggi, sulle incredibili vicende, né su ciò che significa per una band italiana suonare in Messico… Per chi fosse curioso, è descritto tutto in dettaglio nel mio libro La buena onda. Nel testo che segue vengono narrati esclusivamente gli eventi dell’ultima giornata del tour – i concerti erano già finiti – durante la quale dovevamo solo registrare un paio di brani in studio per realizzare dei videoclip. Questa giornata, a mio avviso, è molto interessante per gli appassionati di Rock. Se avete la pazienza di arrivare fino in fondo, capirete perché.

Per ambientarsi: immaginate di essere dall’altra parte dell’oceano Atlantico, in una nazione eclettica e intrigante, piena di pericoli ma incredibilmente affascinante. Per noi era la seconda volta, quindi eravamo già un po’ preparati a tutto ciò. Immaginate di essere arrivati due settimane fa, e di aver suonato sei concerti uno più entusiasmante dell’altro; di avere girato il centro del Paese, fra deserto e metropoli, e la costa del Pacifico, fra spiagge incantevoli e foreste tropicali. Ecco, immaginate tutto questo, e immaginate che ciò che segue sia l’ultimo giorno. Stanchi ma felici, euforici ma malinconici, vi apprestate a suonare per l’ultima volta, davanti alle telecamere dello studio, e poi tornare a casa, con un bagaglio pieno zeppo di ricordi. Ecco, quello che è successo, in quella famosa ultima giornata in Messico, nell’agosto 2018.

Ci sono solo tre cose da sapere: Leonardo è l’ingegnere del suono dello studio messicano, Impacto Records, Victor è il video maker che fa le riprese video, Alejandro è il backliner del tour. Tutti gli altri nomi che compaiono sono dei componenti del gruppo Manovalanza.

Buona lettura. Vi avviso, ci sono termini un po’ forti, fin da subito. Ma il Messico è così, prendere o lasciare.


Lunedì 13 agosto 2018

Mi sveglio alle dieci e mezzo. Non è che ci sia rimasto molto per fare colazione… Mi devo accontentare di mettere un po’ di zuccherosi cereali in uno yogurt alla frutta, anche esso troppo zuccheroso. In Messico in quanto a calorie non scherzano, se ne fregano completamente della salubrità dei cibi.

Alle undici arriva Victor. Lo salutiamo calorosamente. Leonardo è intento a pulire il bagno devastato sabato sera da Alejandro. Victor, con grande generosità, decide di dargli una mano. È un lavoro che porta via solo una ventina di minuti, ma è veramente raccapricciante. Per poter entrare Leonardo e Victor indossano guanti e stivali, oltre a tapparsi il naso. Il pavimento del bagno è tutto pieno di merda e di vomito. Pare che Alejandro abbia defecato in ogni direzione, manco avesse una pompa irroratrice al posto del deretano! Comunque, dopo aver compiuto l’ingrato lavoro, il bagno torna agibile. Leonardo la prende sul ridere. Dopotutto, che ci vuoi fare?

A mezzogiorno Leo propone, prima di montare tutto lo studio per il Full Band Recording, di andare a vedere se è possibile riparare la gomma, senza doverla sostituire. Saliamo tutti quanti sulla vecchia auto marrone di Leo, stringendoci per starci in sette. La ruota bucata non ci sta da nessuna parte, così Leo senza troppe cerimonie la schiaffa sul tetto. Senza legarla, ovviamente. Gli domando se non ci sia il pericolo che cada. Lui mi guarda come fossi scemo e poi, resosi conto che non era una battuta, scuote la testa.

«Pinche italiano cabrón.»

Io sorrido. A volte mi scordo che siamo in Messico, dove tutto, e dico tutto, è possibile. Anche andare contro alle leggi della gravità.

Per arrivare dal gommista ci mettiamo pochi minuti. Il traffico è intenso, ma oggi è una bella giornata di sole, così almeno non c’è da schivare troppe pozze. Anche se ovviamente ci sono sempre quelle perenni, ai bordi della strada, simili a pericolose trappole di acqua scura e limacciosa. Leo parcheggia sul bordo della carreggiata, con le auto che ci schizzano a cento all’ora, e ci raccomanda di aspettare qui. Lui e Victor scendono, prendono la ruota bucata dal tetto, e si avviano all’interno del gommista. Li vediamo confabulare animatamente. Per ingannare il tempo, scherziamo un po’, ipotizzando su quante probabilità ci siano che qualcuno possa rapirci e ucciderci sgozzandoci. Ma non succede. Dopo cinque minuti i due tornano. Leo riferisce che il gommista ha detto che non si può riparare, e che tocca comprarla nuova.

«Pero es muy cara aquí, vamos a checar en otro lugar.»

Ci rimettiamo nel traffico, raggiungendo un altro gommista. A quanto pare è pieno di gommisti qui. Chissà come mai…! Con le strade che ci sono, devono fare affari d’oro. Infatti, anche il prezzo del secondo gommista non soddisfa Leo. Però, proprio a fianco, c’è una taqueria all’aperto, riparata dal sole selvaggio grazie a una veranda. Decidiamo di mangiare, visto che è ora di pranzo, e nessuno a parte me ha fatto colazione.

Leo recupera il buon umore non appena ci mettiamo seduti. Nel tavolo vicino a noi ci sono due guardie private provviste di mitra, che fanno colazione con le armi a tracolla come se niente fosse. La loro auto è parcheggiata lì vicino, e leggendo la scritta sulla fiancata, capisco che fanno parte di un servizio di vigilanza speciale che ha il compito di trovare e recuperare le auto rubate. Il solo fatto che ci sia bisogno di una cosa del genere la dice lunga sui furti di auto in Messico. Comunque, cerchiamo di non badare troppo ai due che si ingozzano di tacos con i fucili addosso, sperando che almeno abbiano messo la sicura alle armi.

Ordiniamo tacos de chuleta, una specie di cotoletta, con verdure e salse piccanti. Non appena ci portano le pietanze, ci gettiamo nel cibo avidamente. I tacos de chuleta sono buonissimi, e li elogio senza fine. Mi rendo conto di ripeterlo ogni volta che mangio, ma questi veramente sono eccezionali!

Leo e Victor sorridono soddisfatti. Vedendo che mi ingozzo di verdure crude ed esagero con la salsa piccante senza scompormi, mi propongono un test per sapere se sono veramente messicano. Io accetto senza indugio. Leo allora mi guarda, improvvisamente serio, e mi domanda con che tipo di carne ci stanno benissimo i nopales. Mi rendo conto di non averne idea. Ci penso un po’ e rispondo «tacos al pastor!»

Ma Victor e Leo scuotono la testa, dicendo che la risposta non è corretta, e aggiungono che se fossi un vero messicano lo saprei. Così mi rendo conto amareggiato di non aver passato l’esame, e per giunta Victor e Leo si rifiutano anche di darmi la soluzione del quesito. «Lo scoprirai da solo quando sarei un vero messicano», dicono ridendo. E quindi niente, a quanto pare purtroppo non merito la cittadinanza.

Dopo pranzo torniamo allo studio. Leo e Victor ci mettono un bel po’ a preparare la sala per la sessione di registrazione. Montano due telecamere: una laterale fissa e una mobile centrale; oltre che microfoni e cavi in abbondanza per ogni strumento. Alle quattro finalmente tutto è pronto.

Prima di iniziare, Leonardo ci chiama tutti dietro alla console, davanti al grande schermo, dicendo che deve mostrarci una cosa importante. Noi ci avviciniamo incuriositi. È un momento molto solenne.

Leo, che sa benissimo come raccontare una storia, parte da lontano. Chiede se conosciamo Guillermo Del Toro. «Ma certo!» rispondiamo, è un famoso regista messicano. «Ha girato anche Hell Boy» aggiungo io. «È uno dei miei film preferiti.»

Leonardo annuisce, e poi prosegue. Racconta che qualche anno fa lo chiamarono per un lavoro di insonorizzazione di uno studio televisivo. C’era anche Del Toro, che lavorava a non si sa bene quale progetto insieme a un produttore tedesco. Costui, che girava il mondo, era appena stato in Inghilterra.

Guillermo fece rapidamente amicizia con Leonardo, che gli raccontò di essere patito di AC/DC, Led Zeppelin, Deep Purple e tutto il rock classico in generale. Mentre parlavano, il produttore tedesco si assentò per mezz’ora per andare a mangiare. Lasciò sopra il tavolo un hard disk, di quelli esterni USB da computer. Lì per lì Leo non ci badò troppo. Fu chiamato a fare altro, e tornò nello studio prima di andarsene per salutare Del Toro, che si era rivelato una persona in gamba e alla mano. Prima di andare via però, Guillermo gli porse una chiavetta USB. Gli disse: «un regalo per te, visto che sei appassionato di musica rock… Ho copiato quello che c’era nell’hard disk del tedesco. Mi raccomando, tienila per te, falla ascoltare a chi vuoi ma non diffonderla assolutamente».

Leo accettò il regalo, chiedendo stupito cosa fosse. Del Toro sorrise e disse: «ascolta e vedrai».

E ora Leo, che ha indubbiamente catturato la nostra attenzione, sta per mostrarci di cosa si tratta. Qualunque cosa sia, già solo il fatto che gliela abbia data Del Toro, pare incredibile… E la curiosità è tanta.

Apre un progetto di una multitraccia audio, e importa ventiquattro tracce. Poi preme play.

Lì per lì, per i primi due secondi, rimango deluso. «Che palle», mi viene da pensare, «l’ennesima cover band dei Queen». Sono i primi secondi di Bohemian Rhapsody.

Poi mi rendo conto che c’è qualcosa di strano. Questa band è troppo brava. Il coretto iniziale è praticamente uguale al disco originale. Quando, dopo venti secondi, Leo mette in solo la traccia del piano, mi rendo conto di cosa significa.

Il sorriso di Leo si allarga sul suo volto, vedendo che capiamo.

Si tratta della multitraccia originale della registrazione di Bohemian Rhapsody dei Queen. È quella vera!

Marco quasi non ci crede. Esclama che il Baccanelli ucciderebbe sua madre per averla. O pagherebbe mille euro anche solo per ascoltarla una volta. Ma ci rendiamo conto? Questa è senza dubbio una delle canzoni più importanti della storia del Rock, e della musica moderna!

Leo ha la sua multitraccia originale, regalatagli da Guillermo Del Toro che l’ha sottratta di nascosto ad un produttore tedesco mentre era a pranzo.

Siamo tutti senza parole. Ma la sorpresa non è certo finita qui. Anzi, tutt’altro.

Leonardo ci fa ascoltare la canzone, mettendo in mute o in solo i vari strumenti, facendoci sentire Freddy Mercury che canta da solo, i pezzi che hanno tagliato, i trucchetti che hanno usato in fase di produzione.

Tanto per dirne uno: quando dopo un minuto circa rimane solo il piano con basso e voce, in realtà sugli accenti delle note più acute ci sono in sottofondo anche degli armonici di chitarra elettrica. Si capisce, perché se metti solo piano basso e voce, sembra che manchi qualcosa; mentre se aggiungi anche la chitarra, diventa uguale all’originale. Se poi metti la chitarra da sola, senti gli armonici, probabilmente suonati sul dodicesimo tasto o addirittura sulla paletta, al di là del capotasto. Una mossa da veri maestri. Incredibile!

E poi ancora: Leo ci fa sentire l’assolo finale di chitarra elettrica di Brian May. Ce ne sono tre versioni, e si intuisce quale abbiano scelto, ma anche le altre non sono niente male. Cioè, non solo ha tutte le tracce presenti nella registrazione ufficiale… Ha addirittura pure quelle scartate!

 Sentendo suonare Brian May da solo, mi immagino Filippo, uno dei primi chitarristi con cui suonai molti anni fa, che scardina una porta ululando di invidia. In Italia, ma penso anche in altre parti del globo, c’è gente che davvero pagherebbe cifre astronomiche per mettere le mani su quello che Leo ci sta facendo sentire.

Marco decide di fare una piccola sorpresa al Baccanelli. Gli manda dieci secondi di audio, ripreso con il telefono in bassa qualità, in cui si sente Leonardo che, incontrovertibilmente, mette in solo e in mute le varie tracce della canzone. Dieci minuti dopo, la risposta del Bacca è solamente una fila di sonore bestemmie, seguita infine da: «ma chi cazzo te l’ha dataaa!».

Si è fatto un po’ tardi, dobbiamo iniziare. Ancora stupiti per aver ascoltato letteralmente «i cazzi dei Queen in studio di registrazione», come commenta Marco, ci apprestiamo a suonare per l’ultima volta in Messico. Non di fronte a un pubblico, ma davanti alle telecamere di Victor e ai microfoni di Leonardo.

Marco si fa mandare il metronomo in cuffia. In questi giorni abbiamo usato un lettorino mp3 portatile, perché il nostro metronomo ufficiale era troppo ingombrante da portare in aereo. Tuttavia, ieri Marco lo ha perso a Cuernavaca… Poco male, costava trenta euro. Scherzando, teorizza che ora si trovi in una dimensione parallela insieme a tutte le cose che ha perso via via, nel corso degli anni. Come ad esempio lo zainetto nero, rimasto nel treno durante il tour in Inghilterra, o le innumerevoli chiavette per la batteria, smarrite inesorabilmente durante i nostri concerti in Germania. La cosa ci fa scoppiare a ridere, allentando un po’ la tensione.

Siamo carichi, e suoniamo bene fin da subito. Io ho la maglietta blu dei Dead Fish, Riccardo quella dei Manges, ed entrambi portiamo gli occhiali da sole per nascondere gli stravizi di questi giorni. Marco suona preciso e impeccabile. Francesco, che è il più in difficoltà avendo dovuto suonare la tromba da solo per sei concerti, riesce comunque a cavarsela egregiamente.

Dopo mezz’oretta abbiamo finito. C’è soddisfazione ed entusiasmo. Sospetto che Leo ci abbia fatto sentire apposta la registrazione dei Queen, per spronarci a dovere prima della registrazione. Be’, ha funzionato, alla grande!

Scattiamo una foto tutti insieme davanti allo striscione di Full Band Recording. Ringraziamo Victor, lui risponde che è stato un piacere. Mentre ci riposiamo dopo la fatica, le note di Bohemian Rhapsody echeggiano ancora nella mente…

È davvero una fortuna incredibile aver potuto ascoltare questo pezzo di storia della musica, e non riusciamo ancora a credere di aver avuto questa possibilità. Chiedo a Leonardo se ha mai provato a fare un suo “mix personale” delle tracce. Lui scuote la testa e sorride, dichiarando che non si permetterebbe mai di fare una cosa del genere. Semplicemente, si diverte ad ascoltarla. In tutti questi anni, ammette di averla fatta sentire al massimo a una decina di persone: solo amici fidati. Perché Del Toro si era raccomandato così.

Ecco, forse è proprio questo l’episodio più significativo di tutto il tour.

In uno studio di registrazione in mezzo alla periferia messicana, fra baracche e cani randagi, fra polvere e pozzanghere, in una vecchia pennetta USB, è custodito uno dei tesori più importanti della storia della musica, che la gente pagherebbe oro per avere. Un tesoro donato da Guillermo del Toro.

E Leonardo, che vive in mezzo alle difficoltà, che tira avanti giorno per giorno come tutti i messicani, si limita a sorridere e a goderne privatamente, di tanto in tanto.

Senza sbandierarlo ai quattro venti, ma semplicemente condividendolo che le persone che reputa veri amici.

In controtendenza con ciò che succede nel mondo, dove oggi giorno vince chi grida più forte e chi ostenta i propri tesori e i propri averi, dove tutti si pavoneggiano rendendo pubblici i cazzi propri… Leonardo se li tiene per sé, i fatti suoi, e condivide le cose più importanti con le persone giuste, in privato, senza riflettori puntati addosso.

E noi siamo fra questi… Ed è forse l’onore più grande di tutti.

Leonardo è così, il Messico è così. Sono orgoglioso di aver condiviso una parte di cammino con questa gente che ha davvero un cuore enorme. Gente vera, leale, sincera… Che non ringrazieremo mai abbastanza.

Viva il Messico, viva Del Toro, viva Leonardo.

L’episodio di oggi è solo l’ultima di una lunga serie di ragioni per le quali saremo eternamente grati ai nostri amici d’oltreoceano.


Per concludere in bellezza, una carrellata di immagini.

Questo è lo studio di registrazione di Impacto Records, teatro delle vicende narrate.

Questa è la foto fatta subito dopo le registrazioni, sotto lo striscione di “Full band Recording”.

Questi sono Leonardo (a sinistra) e Victor (a destra) che “guidano”, o meglio navigano, fra le pozze della strade messicane in un normalissimo giorno di pioggia.

Pubblicato da mattpaskal

Mattia Bernardini, classe '87, è un ingegnere elettronico, musicista e scrittore italiano. Mezzo toscano e mezzo romagnolo, vive al confine fra queste due regioni in mezzo ai monti dell'Appennino. Oltre al lavoro come progettista hardware, suona la chitarra elettrica in due gruppi musicali italiani che godono di una buona notorietà all'estero: Manovalanza e NH3.

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