Huachicoleros

Questo racconto è stato scritto per un contest. La traccia consisteva nel comporre una storia breve sul tema dell’amicizia, ispirata alla canzone Count on me di Bruno Mars. Buona lettura.


«Esa es una locura» affermò Blanca.

Monica strinse forte la bottiglia di Dos Equis, cercando di mantenere la calma.

«Stammi a sentire» dichiarò, tamburellando le dita sulla etichetta bagnata della birra. «Vuoi davvero che vada avanti così?»

Blanca sospirò. «Certo che no.»

«Allora qual è il problema?»

«Troppo rischioso, Monica.»

La ragazza si infervorò, e le guance le divennero paonazze, dello stesso colore del rossetto che aveva sulle labbra.

«No es solo gasolina, hermana» affermò, indicando la città alle loro spalle. «Es nuestra gente, nuestro pueblo. Nuestra vida.»

La città di León si stagliava imponente al di là del tettuccio di lamiera ondulata della veranda del bar di periferia dove stavano sedute le due ragazze. El Bajío, la grande pianura dello stato di Guanajauto, al centro del Messico, si estendeva a perdita d’occhio in direzione sud. Era dominato a settentrione da una fila di brulli colli piuttosto alti, tempestati di pietre sparse, cactus, arbusti e strade polverose che si arrampicavano fino alle cime.

«Abbiamo una occasione unica. Conosco con esattezza l’ora e il posto. Non possiamo stare a guardare» insisté la ragazza dai lisci capelli, neri come l’ebano.

«Sai che sono d’accordo con te» rispose Blanca, seria. «Ma questa volta è davvero troppo. Ti farai ammazzare.»

«E allora cosa dovremmo fare? Stare a guardare questi vampiri, che ci succhiano via il sangue?»

Blanca scosse la testa piano, sospirando. Giocherellò con l’aranciata, ormai finita da un pezzo, abbassando lo sguardo.

Monica all’improvviso afferrò la Dos Equis, se la portò alle labbra scarlatte, e bevve con un unico sorso la birra rimasta. Poi si pulì con il dorso della mano.

«Io vado. A mezzanotte. Con o senza di te.»

Lasciò una banconota sul tavolo, si alzò e se ne andò.

Blanca sospirò. Non sapeva proprio cosa fare. Il gestore del bar le si avvicinò.

«La cuenta, señor, por favor

L’uomo con il grembiule annuì, lisciandosi i folti baffi. «Todo bien?» le chiese, prendendo le bottiglie vuote.

Blanca annuì. «A huevo, señor

Una leggiadra melodia, metà folk e metà reggae, si diffondeva nell’aria dai vecchi altoparlanti piazzati sopra il bancone.

« If you ever find yourself stuck in the middle of the sea… I’ll sail the world to find you.»

L’uomo sorrise. Quel cantante era un mezzo gringo, ma dopotutto ci sapeva fare, con gli accordi. Si ritrovò a fischiettare la melodia senza quasi volerlo.

Blanca aveva la testa altrove, e non si accorse di nulla.


Il freddo vento del Bajío fece rabbrividire Monica. Acquattata sotto un fico d’india, la ragazza osservava impaziente l’arido campo al di là della stradina sterrata.

Le tunas, i rossi frutti del cactus, erano mature. Ce ne erano così tante in giro, che la gente non perdeva tempo a raccogliere quelle selvatiche, troppo piene di semi rispetto alle varietà coltivate per destare interesse. Sarebbero cadute a marcire al suolo, fra la polvere e la siccità.

Era notte, il cielo nuvoloso nascondeva la luna, e le luci della città erano troppo lontane. Si vedeva poco e niente. Manuel le aveva però assicurato che la telecamera a infrarossi funzionava benissimo anche al buio.

Guardò il cumulo di terra in mezzo al campo incolto. C’erano due strisciate di pneumatici che partendo dalla strada, distante un centinaio di metri, attraversavano il campo fino a fermarsi nei pressi della montagnetta. Aguzzando la vista, riuscì a scorgere uno scintillio metallico poche decine di metri più avanti. Era il filo spinato che delimitava l’area dell’oleodotto ufficiale.

I vampiri avevano realizzato un by-pass coi fiocchi. Avevano scavato un tunnel che univa lo snodo ufficiale al vecchio condotto, sempre di Pemex ma in disuso, che scorreva parallelo ad un paio di chilometri di distanza.

Appena fuori dall’area chiusa dal filo spinato avevano piazzato la sorgente abusiva. Le strisciate di pneumatici, che nemmeno si curavano di nascondere, erano la prova che quei succhiasangue venivano spesso a rifornirsi.

Sì, aveva trovato il posto giusto.

Sospirò. Blanca non era venuta. Era sola. Tuttavia, non doveva farsi scoraggiare.

Un po’ la capiva. La sua amica aveva qualcosa da difendere… Lei non più.

 Strinse l’asta della telecamera, e uscì allo scoperto. Le sue Converse, slacciate, calpestavano la polvere e i ciuffi d’erba al limite del campo. Si guardava intorno, furtiva. Ma non c’era anima viva.

Quando le sembrò di essere abbastanza vicina, piantò l’asta con la piccola telecamera sul suolo sabbioso. Accese il wi-fi, aprì l’applicazione e lanciò la registrazione.

Due piccoli led, uno rosso ed uno blu, si accesero sulla telecamera. Era un problema. I huachicoleros avrebbero potuto vedere le lucette, nell’oscurità della campagna. Ma aveva la soluzione. Si era portata un rotolo di nastro isolante, che applicò sulla scocca della telecamera, oscurando i led.

In quel momento sentì il rumore di un veicolo. Con il cuore in gola, abbandonò la telecamera e corse al riparo sotto il cactus, al bordo del campo.

Il mezzo non tardò ad arrivare. Era un lungo fuoristrada bianco, con le ruote enormi e le luci a faretto sul tettuccio. L’ampio cassone posteriore era occupato per intero da una enorme cisterna.

Monica fissò sgomenta il fuoristrada. Per un pelo non si era fatta beccare. Poi, mise a fuoco bene la fiancata del mezzo, e sentì il sangue ribollirle nelle vene.

La scritta Pemex, in verde su sfondo bianco, non lasciava spazio a dubbi. Quello era un fottuto mezzo della compagnia. Fino a che punto la mafia estendeva il controllo su quel mercato? Fino a che punto i vampiri avevano accesso all’interno della Pemex?

Forse, avevano rubato il veicolo. Scosse la testa, nel buio. Era più probabile che ci fosse qualche talpa all’interno della compagnia stessa. Un vile senza scrupoli che vendeva la sua integrità per denaro.

Monica era sul punto di esplodere di rabbia.

Il fuoristrada in quel momento si fermò. Alcune sagome scesero, ridendo e sbattendo le portiere. Estrassero un lungo tubo dal cassone, e lo trasportarono fino al cumulo di terra. Lavoravano come se niente fosse.

Erano tranquilli, i porci. La ragazza si impose di rimanere calma. Non avrebbe dovuto fare niente. Solo filmare, e preparare un pacchetto. Poi avrebbe trovato un destinatario giusto per quella merce che scottava. Aveva giusto un paio di idee.

Forse AMLO in persona, che diamine.

Qualunque cosa, pur di fermare quei vampiri che succhiavano il sangue della sua gente. Per la povera anima di suo padre, per quella di suo fratello.

Per il suo popolo.

Un rumore la riportò alla realtà. I huachicoleros avevano azionato la pompa. Stavano pompando il carburante nella cisterna, continuando a parlare fra loro.

Monica contò una, due, tre figure nella penombra della notte.

Guardò intorno, soddisfatta, cercando con lo sguardo la telecamera, anche se sapeva che non sarebbe stato facile vederla.

Il cuore le saltò un paio di battiti. Strizzò gli occhi cercando di mettere a fuoco.

Non si era sbagliata.

L’asta era caduta, inclinandosi, e la telecamera puntava invano verso il cielo nuvoloso.

Imprecò sottovoce. Avrebbe dovuto rialzarla.

Uscì allo scoperto, con gli occhi fissi verso i tre uomini intorno al tubo piantato in terra, avanzando carponi sul suolo.


Blanca era uscita tardi dal lavoro, anche quella sera.

Era distratta, e il capo l’aveva rimproverata un milione di volte. Non riusciva a pensare ad altro che al folle piano di Monica.

Si conoscevano da quando erano bambine, e lei era sempre stata ribelle, anticonformista e spericolata. Il padre gestiva un distributore, ed era rimasto coinvolto nel giro del carburante rubato. Non era una cattiva persona, rifletté la ragazza. Solo che in Messico era dura tirare avanti una piccola attività, e si era ritrovato incastrato in affari loschi contro la sua volontà. Il fratello di Monica, Francisco, era sempre stato un superficiale frivolo, tutto il contrario di sua sorella. E quando aveva lasciato le penne in una esplosione, proprio durante un furto di benzina, suo padre era finito sotto il mirino delle bande organizzate.

Monica era rimasta orfana, e da allora non si dava pace, organizzando manifestazioni e sensibilizzando la gente al problema degli huachicoleros in ogni modo possibile. Blanca la capiva e la sosteneva.

Ma non era abbastanza, a quanto pareva. Ora Monica voleva passare ad azioni più dirette. Spionaggio, sabotaggio, e va a capire cos’altro aveva in mente.

Sua madre aprì il pacchetto con i tacos d’asporto che aveva preso al baracchino giù in strada.

«Ahorita me voy. Come, por favor

Blanca annuì. L’odore era invitante, e aveva una fame da lupi. Gettò un’occhiata dentro al pacchetto.

Tacos al pastor con nopales. I suoi preferiti.

«Tengo la mamita mejor del mundo» commentò. Strizzò la bustina con la salsa chipotle, e cosparse di prezioso sugo piccante i nopales verdi, dandogli un aspetto magnifico. Nessuno dei suoi compagni gringos, con i quali aveva studiato in California, avrebbe mai indovinato che quella delizia altro non era che la parte carnosa del cactus dei fichi d’india, privata delle spine e cotta.

Sua madre sorrise, e uscì, lasciandola sola con i suoi pensieri.

Blanca mangiava, tornando a pensare al problema di Monica. Si sarebbe cacciata nei guai di sicuro. Quelli avevano già fatto fuori il padre, non ci avrebbero messo molto a finire il lavoro.

Sovrappensiero, si ritrovò a canticchiare una canzone.

«You can count on me like one, two, three…»

Oddio, ma dove l’aveva sentita? Poi ricordò. Al bar, quella mattina a pranzo, con Monica.

La maggior parte dei messicani, per non dire tutti, non sapevano certo riconoscere le parole di una canzone in inglese. La propria lingua rappresentava l’orgoglio del popolo, mentre l’inglese era degli stranieri oppressori. Perché affannarsi a impararlo?

Blanca era diversa, però. Lei aveva studiato, e capiva quelle parole. Lei era andata di proposito fra le grinfie del lupo, per cinque lunghi anni di college.

E tuttavia, ora era tornata. Come mai? Perché aveva buttato al vento l’occasione di restare, di vivere una vita migliore?

Per stare dietro a sua madre? Per l’orgoglio messicano? Per cercare di risolvere problemi irrisolvibili, radicati da secoli dentro l’anima del suo stesso popolo, come voleva fare Monica?

La ragazza non aveva risposte.

Strinse la testa fra le mani, indecisa su cosa fare.

«And I know when I need it, I can count on you like four, three, two…»

Facile, pensò. Quando si nasce alle Hawaii, si ha talento, si diventa ricchi e famosi. Sarebbe facile, essere amici così.

Le persone normali, però, navigano nella merda per la vita intera.

Tuttavia, non si lasciano sommergere.

Forse, pensò Blanca, l’unica differenza era quella.


Monica aveva il cuore in gola. Era arrivata nei pressi della telecamera, strisciando fra l’erba rada, ma non riusciva a trovarla.

Era così vicina ai tre uomini che poteva vedere i loro volti. Due erano ragazzi, non avevano che l’ombra di una barba sul viso. Il terzo era un anziano, con il sombrero calato sul viso, la camicia aperta sul petto, e la pistola in mano.

Ovvio, ti pare? Che viaggiassero disarmati? Non sia mai.

La ragazza deglutì. La sua mano tastò qualcosa fra i ciuffi d’erba. Era la telecamera. Sollevò piano l’asta, muovendosi al rallentatore, e la piantò per terra, rivolgendo l’obiettivo verso il tubo che stava aspirando benzina dal condotto.

Il rumore basso della pompa era intenso. Ormai erano due minuti buoni che i tre stavano pompando carburante. Monica non aveva idea di quanto ci avrebbero messo.

Lasciò la telecamera, che fino a quel momento aveva tenuto fra le mani. L’asta rimase ritta. Tirò un sospiro di sollievo.

In quel momento l’uomo anziano, distante in linea d’aria non più di dieci metri, girò la testa verso di lei.

Monica si accorse con orrore di aver del nastro adesivo appiccicato alle dita.

I led della telecamera erano liberi.

L’uomo aveva visto la lucetta. Aveva visto anche lei.

Mise mano alla pistola, e urlò.

Monica prese la telecamera, si alzò e cominciò a correre, senza voltarsi.

I due ragazzi si gettarono all’inseguimento. Le loro voci echeggiarono nella pianura buia, il rumore dei loro passi si avvicinava sempre più.

Monica corse come mai aveva fatto prima, in vita sua. Aveva le ali ai piedi.

Ma aveva anche le scarpe slacciate.

Inciampò e cadde, rotolando sulla polvere. Le furono addosso, la bloccarono. Si divincolò, ma erano in due, giovani e forti.

La trascinarono di peso davanti al fuoristrada, sotto la luce dei faretti. Davanti all’uomo anziano.

Egli guardò la ragazza dai capelli neri, impolverati, e dal rossetto sbavato sulle labbra.

«Pinche cabróna, que haces aquí?»

Monica non rispose. Sostenne il suo sguardo, e sputò per terra.

Uno dei due ragazzi la indicò.

«Mira, carnal. Es la hija de Alvaro.»

«Quien?»

«Alvaro. Se lo cargó la chingada

L’uomo annuì, riconoscendola.

«E lei farà la stessa fine» sentenziò, alzando la pistola.

Monica, fino a quel momento impavida, sentì la paura contorcerle le viscere.

Davvero stava per finire tutto?

Con il cuore in gola, si sforzò di mantenere gli occhi aperti, fissando l’uomo che stava per spararle.

Bang!

Bang! Bang!

Uno, due tre colpi. Monica si guardò intorno incredula.

I tre uomini erano caduti a terra, uno dopo l’altro, senza nemmeno un grido.

Prima ancora che potesse realizzare cosa era accaduto, vide Blanca correrle incontro.

L’abbracciò, respirando forte.

Le aveva salvato la vita.

«Ma dove hai preso quella?» esclamò Monica, sciogliendosi dall’abbraccio dell’amica, e indicando la pistola ancora calda che stringeva nelle mani.

Blanca deglutì, guardando i corpi inermi intorno a loro.

«Mia madre la tiene nell’armadio.»

«Tua madre…» disse Monica, mentre il suo cervello realizzava la portata della cosa.

«Sì» replicò Blanca. «Dobbiamo sparire. Le si spezzerà il cuore».

«Dove?» chiese Monica, mentre si allontanavano a grandi passi dalla sorgente abusiva.

«Non lo so. Ti piace la California? Ho ancora qualche contatto.»

«Ci troveranno in men che non si dica.»

«Allora, forse…» iniziò Blanca, poi si interruppe.

«Cosa?»

«Come si chiamava il tuo ragazzo italiano?»

«Max?» esclamò Monica, allargando le braccia. «Non lo sento da due anni.»

Blanca alzò le spalle. «Dobbiamo sparire sul serio, Monica.»

Monica sospirò.

«E sia. Italia, allora.»

Blanca aprì la portiera della sua auto, parcheggiata in bilico sul ciglio della stradina sterrata.

«Dobbiamo darci una mossa.»

«Non dovremmo nascondere i corpi?»

«Io là non ci torno» affermò Blanca, rabbrividendo.

Monica scosse la testa. «Nemmeno io.»

Blanca annuì.

Monica sospirò, abbracciando l’amica ancora una volta.

«Grazie. Ti devo la vita.»

Blanca sorrise. All’improvviso si era ricordata perché era tornata. Perché aveva lasciato perdere gli Stati Uniti, rifiutando una vita agiata e sicura. Non era nemmeno l’amore per il Messico, patria grande e piena di ardore, come di problemi, che pur coltivava in cuore suo.

Le cose importanti della vita erano altre.

«Non dirlo nemmeno» affermò, sorridendo all’amica.

«Puoi contare su di me… Sempre.»

Agarra la onda

Questo racconto breve è ispirato alla canzone Agarra la onda dei Persiana Jones. La storia è ambientata nell’estate 2001, anno di uscita dell’omonimo disco della band piemontese, capolavoro della musica italiana. Erano anni di pogo, sudore, musica, skateboard, risse ai concerti e tresche con le ragazze. In queste righe troverete tutto questo, e anche qualcosa in più. Il racconto è stato scritto per un contest di scrittura creativa.

C’è un momento preciso, nella vita di ogni studente, in cui bisogna chiamare a raccolta ogni cosa imparata.

Guido lo sapeva bene. Altroché!

Quello per lui era l’ultimo anno delle superiori. Il timido sole di inizio giugno gli scaldava la pelle, mentre con lo sguardo concentrato cercava di trovare il coraggio dentro di sé. Un’ultima prova, e poi la gloria. Un ultimo test di coraggio, sacrificio e impegno. L’atto conclusivo di tanti anni di sforzi, la dimostrazione finale che anche lui valeva qualcosa.

«Andiamo, datti una mossa!», disse il suo amico Francesco, sbracciandosi.

Guido sentiva gli sguardi addosso. Si sentiva sotto pressione. Ma non avrebbe permesso a niente di distrarlo.

Il ragazzo prima di lui uscì, terminando il suo giro. Bene, toccava a lui. L’attesa lo stava facendo spazientire.

Lanciò un ultimo sospiro, e si preparò a partire.

La prova finale. Per tanti anni si era allenato, solo per arrivare a questo momento. Era l’ora di mettere in pratica tutto ciò che aveva imparato.

E no, non era l’esame di maturità… Tutt’altro.

«Vai!».

Si lanciò sopra la tavola giù per la rampa, a tutta velocità. Il piede destro avanti, il sinistro sulla punta della coda. Proprio così, era un maledetto goofy!

Arrivato al centro dello skatepark, salì a gran velocità sul funbox, e si preparò a saltare.

Sentì Francesco incitarlo, dal bordo della pista.

Schiacciò il piede posteriore sulla coda della tavola e strusciò la parte esterna del piede anteriore sulla carta vetrata dello skateboard. Così facendo eseguì un perfetto ollie, un salto, atterrando con la parte centrale della tavola sopra la ringhiera, in equilibrio perfetto.

I suoi amici trattennero il fiato per qualche secondo. Scivolò per tutta la ringhiera a velocità sconsiderata. Un boardslide perfetto, allucinante, come non ne aveva mai eseguiti in vita sua.

Arrivato al termine della ringhiera, saltò giù facendo roteare la tavola sul proprio asse. Front side shove it.

All’ultimo temette di non farcela ad atterrare, aveva i piedi messi malissimo… Ma riuscì lo stesso a mantenere l’equilibrio, chiudendo la manovra e sfrecciando sul cemento piegandosi sulle ginocchia, fra i fischi e gli applausi dei suoi amici.

«Mitico!» disse Francesco, correndogli incontro.

«Sensazionale!» rincarò la dose un altro ragazzino di terza, sbattendo il suo skate per terra per far rumore.

Guido si fermò, sorrise e alzò i pollici verso Francesco.

«Perfetto!» disse, ansimando. «Mai venuto così bene».

Francesco gli si avvicinò con il palmo della mano alzata. Guido gli schioccò un sonoro cinque, tanto era su di giri.

«Ora non devi far altro che ripetere la stessa cosa stasera, alla gara» disse poi Francesco.

Guido annuì. «Già…».

Era mattina presto, e alcuni ragazzi avevano saltato l’ultima lezione per allenarsi in vista della gara prevista in serata. Ci sarebbe stata una grande festa, nell’area intorno alla scuola, con tanto di concerti e gara di skateboard. Guido si allenava da mesi, voleva a tutti i costi fare bella figura.

Dell’esame di maturità, che si sarebbe svolto fra una decina di giorni, non poteva importagli di meno.

«Se stasera riesco a rifare questa roba sono sicuro di vincere» affermò, in un attimo di esaltazione.

Francesco sorrise. «Certo… Se non c’è quella che ti viene a vedere, e ti fa distrarre».

Guido si inalberò. «Quella ha un nome, lo sai? Si chiama Ilenia».

«Certo! E tu lo sai che, oltre che un nome, ha anche un fidanzato?» lo rimbeccò Francesco.

Guido alzò gli occhi al cielo. «Andiamo, Franci, sai benissimo che quel tizio non se la caga di striscio… Non se la merita».

«Senti, va bene, lasciamo perdere. Andiamo a fare colazione, piuttosto, che ne dici? Ho una fame da lupi».

«Bene» rispose Guido, pestando la coda dello skate, che saltò in aria, mentre lui lo afferrava al volo. «Andiamo».

I due amici si avviarono verso il bar della scuola, distante poche centinaia di metri dalla pista di pattinaggio.

Francesco forse scherzava, ma Guido ripensava in continuazione a quel problema… E non trovava una soluzione. Ilenia era troppo bella, e lui le andava dietro da due anni, senza successo. Sospirò, e pensò che forse avrebbe davvero fatto bene a lasciar perdere.


Alle sette e mezzo della sera tutto era pronto. Sul piazzale ampio davanti alla palestra era stato preparato un palco ben attrezzato, dove le band che avrebbero suonato stavano finendo il sound check. Dall’altra parte c’era lo skatepark, già pieno di ragazzini con le BMX che girellavano indisturbati fra le strutture, poiché c’era ancora tempo prima che iniziasse la gara. Una bancarella vendeva bibite a poco prezzo, proprio di lato del palco. Tutta l’area era piena di studenti su di giri. Avrebbero suonato quattro band della scuola e una di professionisti, a conclusione della serata. Guido non stava più nella pelle.

Anche Francesco era eccitato. Tanto che si era presentato con una busta piena di lattine di birraccia da discount, ed un blocchetto di ghiaccio per mantenerle fredde. Lui e Guido ne avevano scolate già un paio per uno.

«Franci sei un pappamolla. Che bisogno c’era del ghiaccio? I veri uomini bevono la birra anche calda» affermò Guido.

«Invece che sparare baggianate, guarda qua» rispose l’amico, indicando il volantino della festa. «Questi sono quelli che fanno i Guns?». Guidò aggrottò la fronte. «No, questi qui sono una formazione nuova, suonano da poco. Fanno punk a tutta velocità, dicono che sono un po’ matti. Hanno pure i fiati, pensa tu».

«Ma che c’entrano le trombe con il punk?» chiese Francesco.

«Pare che suonino una cosa nuova, si chiama skacore, è punk velocissimo alternato con un ritmo in levare melodico, chiamato ska».

Francesco scoppiò a ridere. «Cazzo, va bene che siamo nel duemilauno, ma questi musicisti non sanno più che inventarsi!».

«Guarda che è roba figa, ti dico. Ho sentito qualcosa».

Francesco alzò lo sguardo verso il palco. In quel momento il primo gruppo stava iniziando a suonare.

«Forza, diamoci dentro» disse, e porse un’altra lattina di birra all’amico. Guido accettò. Avrebbe dovuto rimanere lucido, in vista della gara… Ma aveva diciotto anni, che diamine. Se non reggeva un paio di birre a quell’età, che atleta sarebbe mai stato?


Pogo, spinte, sudore, occhi fuori dalle orbite e entusiasmo alle stelle. Anche Francesco si dovette ricredere.

Questo skacore era davvero una figata!

Il gruppetto con i fiati scese dal palco fra gli applausi di un centinaio di ragazzi urlanti, che continuavano a chiedere il bis. Ma non potevano accontentarli, avevano già esaurito il loro tempo a disposizione, e la cover band dei Guns ‘n Roses scalpitava per salire sul palco.

«Mamma mia che roba» disse Francesco, stappando l’ennesima lattina di birra. «Non avrei mai creduto di sudare e divertirmi così tanto!».

Guido era elettrizzato. «Hai visto quando il trombonista ha fatto l’assolo salendo sulla grancassa della batteria?».

«Ma tu hai visto quando mi sono lanciato dal palco sopra la gente?».

Erano tutti e due abbastanza ubriachi. Non avevano fatto altro che bere, saltare e scatenarsi, nel mezzo della bolgia urlante generata dal concerto di musica energica e irriverente, una piacevolissima scoperta per tutti quanti.

Mentre Guido e Francesco scolavano la loro ultima birra, il batterista della band skacore scese dal palco, e chiese al gruppo dei Guns se potevano suonare un altro paio di brani. Il batterista dell’altra band gli rispose a pesci in faccia che dovevano smettere subito, e poi aggiunse, testuali parole: «che poi non sapete neanche suonare, ho visto che non tieni mai il piede sul pedale del charleston, fai un casino inascoltabile».

Il batterista del gruppo skacore non rispose nemmeno. Almeno, non a parole. Partì subito con un destro diretto al viso dell’altro, a tutta potenza. Questi crollò a terra. Partì una rissa, che venne sedata solo diversi minuti dopo.

Nel mentre, Guido e Francesco passarono al whisky, offerto da un loro compagno di classe.

«Come è che diceva, quella frase in spagnolo dell’ultima canzone?» chiese Franci.

«Lo que tu quieras tu tendras, para siempre».

«Sarebbe, “quello che vuoi tu lo avrai”?».

«Per sempre» annuì Guido, confermando.

Quando la musica riprese (il batterista della cover band suonava con una borsa di ghiaccio attaccata alla mandibola), Guido lasciò Francesco a divertirsi con la sua musica preferita, e si avviò lungo il muro della palestra verso il boschetto posteriore, per svuotare la vescica. Barcollava un po’. Forse aveva esagerato col bere. Giusto un po’… E ora come avrebbe fatto a chiudere il suo boardslide? Doveva escogitare qualcosa per riprendersi, pensò.

Mentre si liberava, con estremo sollievo, la sua attenzione fu catturata da un paio di voci alle sue spalle. Più vicine rispetto sottofondo cacofonico del concerto, ma non tanto alte da poter distinguere bene le parole.

Chiuse la cerniera dei jeans, si pulì le mani con l’acqua della fontanella poco distante. E all’improvviso vide, a venti metri davanti a sé, due persone discutere.

Con un tuffo al cuore, riconobbe una delle due figure.

Era Ilenia. Impossibile sbagliarsi.

Era minuta, con i capelli castani lunghi fino alle spalle, lisci, e gli occhi di una tonalità chiara di marrone, quasi ambrato. Aveva un fisico perfetto, e dei lineamenti duri, non proprio angelici, ma che per lui erano fantastici.

Non era una barbie. Non era una modella… Era una donna vera. Be’, insomma… una ragazza vera.

E stava litigando con il suo fidanzato, che la guardava quasi annoiato.

Che imbecille, pensò Guido. Ha la fortuna di stare con una così, e se ne frega. Che troglodita.

All’improvviso, Ilenia sbatté una mano sul petto del ragazzo, lo mandò a quel paese, si voltò di scatto e tornò a passo svelto verso la zona del concerto.

Guido sobbalzò. Aveva notato un guizzo di luce, nel movimento della mano di Ilenia. Lei gli passò a fianco ma non lo vide, era in ombra. Il suo ragazzo, invece, alzò le spalle e se ne andò anche lui. Ma in un’altra direzione.

Guido, senza nemmeno sapere bene che faceva, si avvicinò al punto dove erano i due, fino a pochi istanti prima. Si chinò e guardò per terra, dove aveva visto il luccichio.

C’era un braccialetto. Si era aperto, mentre lei dava una manata a lui, e le era caduto.

Agarra la onda, pensò Guido.

Gli si era presentata davanti un’occasione unica… Ora aveva un pretesto per parlarle. Il cuore gli fece un balzo in gola, e poi prese a galoppare forsennato. Raccolse il braccialetto, e si incamminò verso la musica struggente dei Guns, che proveniva dall’altro lato della palestra.


Non aveva il coraggio, non sapeva neanche cosa dire…

Così si buttò, senza riflettere, e senza aver preparato nessun discorso. O così, o avrebbe perso la sua occasione.

«Ehi, Ilenia… Ciao» le disse, senza pensarci troppo.

Lei, in mezzo alla folla, si voltò e lo vide. «Ciao Guido», rispose, piuttosto stupita.

«Hai perso questo» disse il ragazzo, e aprì il palmo della mano, dove c’era il braccialetto. Ilenia aggrottò la fronte. Poi capì. Prese il braccialetto, ma guardò Guido di traverso.

«Grazie, ma… mi stavi seguendo?»

«No, ero lì per caso, giuro» disse Guido, mordendosi la lingua. Lei alzò le spalle, e fece per voltarsi.

«Aspetta!» disse il ragazzo. Ilenia lo fissò.

Caspita, non mi dà nessun appiglio, pensò Guido.

Poi però gli tornano in mente le parole della canzone che aveva suonato il gruppo scatenato di poco prima.

«Non puoi aspettare, non ti viene a cercare, se pensi troppo non l’avrai».

E così, Guido non pensò. Non pensò affatto.

«Senti, Ilenia, sei la ragazza più bella che abbia mai visto, e lui non ti merita. So che ti piacciono i Guns… Ti va di ballare con me?».

Lei rimase sbalordita. Stava per protestare, ma poi Guido vide una qualche luce nei suoi splendidi occhi ambrati. E, appena impercettibile, l’ombra di un sorriso.

Poi, però, quando parlò fu freddissima.

«Non essere ridicolo. Se hai visto quello che è successo, sai bene che non sono in vena, stasera. E poi» aggiunse, puntando il dito contro di lui, «puzzi di birra. Sei ubriaco».

Guido spalancò gli occhi. «Non è vero!».

Ilenia annuì. «Non negare. Sei fradicio».

Guido continuò a scuotere la testa. «Non è vero. E anzi, ti dimostro il contrario».

Ilenia fu presa in contropiede. «Come?».

Guido si lanciò, ormai non poteva più trattenersi da niente.

«Ti faccio un boardslide shove it out, durante la gara di skate, e vincerò il primo premio» affermò, tutto d’un fiato.

Ilenia rimase senza parole. Ma stava scherzando?

Lui le lesse nel pensiero, soltanto guardandola.

«Non sto scherzando. Non sono ubriaco… O almeno, non abbastanza da non vincere la gara! E lo farò per te».

Così dicendo, si ritirò finché era in vantaggio, allontanandosi.

Lei rimase di stucco.


Mezz’ora dopo, il gruppo cover dei Guns scese dal palco. Prima della grande performance dell’ultimo gruppo di professionisti, c’era la gara di skate.

Venti partecipanti, da tutte le scuole del paese. Avrebbero corso trenta secondi per uno, e chi avrebbe fatto l’acrobazia più spettacolare avrebbe vinto la gara.

Guido era il penultimo. La gente era tutta accalcata contro le transenne che delimitavano l’area del pubblico. Studenti, professori, amici e genitori, tutti a guardare dei ragazzi con ginocchiere e caschi sfrecciare giù dalle rampe e sopra le ringhiere.

Era uno spettacolo inaudito. Guido sentiva il cuore esplodergli in petto. Lei dov’era? C’era da qualche parte?

«Guido, stai calmo» disse Francesco all’improvviso. Aveva visto che l’amico non faceva altro che guardarsi intorno, girando il collo come un brontosauro.

Il primo concorrente fece un kickflip spettacolare sulla rampa in fondo allo skatepark, innescando un’ovazione incredibile.

Guido era preoccupato. Tutti i concorrenti erano bravissimi. Alcuni non chiusero nessun trick, ma proprio il ragazzo prima di lui, che conosceva di vista, si lanciò deciso verso la ringhiera al centro del funbox, e la grindò tutta in overcrook, scendendo poi con uno shove it ben eseguito.

La folla esplose. Il ragazzo alzò le braccia al cielo e lanciò lo skate in alto. Avrebbe vinto, era certo.

Francesco guardò Guido. «Cosa hai in testa?».

«Non posso fare lo shove it in uscita, come lui. Non sarebbe abbastanza».

«Non dire scemenze» urlò Francesco, per farsi sentire sopra il pubblico che ancora rumoreggiava. «Hai preparato quel trick lì, quello sai fare, non puoi metterti ad improvvisare adesso su due piedi!».

«Devo farlo. Non c’è altra scelta».

«E cosa vuoi fare, allora? Non mi dire che vuoi tentare un var…».

Chiamarono al microfono il nome di Guido. Lui guardò l’amico senza rispondere. Francesco capì al volo, e inorridì. Guido si allacciò le ginocchiere, e salì sulla rampa, sotto lo sguardo di tutti.

Si lanciò giù a tutta velocità, cercando di concentrarsi. Ma qualunque cosa pensasse, vedeva davanti a sé solo il volto di Ilenia.

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre… Y tu momento será…

E il suo momento, infine, venne per davvero.

Saltò, salì sulla ringhiera con un boardslide. Sapeva benissimo che era meno appariscente del overcrook del suo avversario…

E quindi, anziché scendere con un front side shove it, scalciò forte con il tallone del piede davanti.

La tavola roteò sul proprio asse, come in uno shove it… Ma anche sottosopra, con un guizzo spettacolare.

Guido aveva realizzato un varial heelflip.

Atterrò piegando le ginocchia, e sfrecciò verso la rampa successiva.

Il pubblico impazzì. Urla, schiamazzi e fischi assordanti accolsero l’incredibile manovra! Ci fu un’invasione di pista, e tutti i suoi compagni di classe corsero ad abbracciarlo, facendolo volare in aria.

L’arbitro dovette urlare varie volte al microfono, per far tornare la gente ai propri posti, e far così gareggiare l’ultimo concorrente, che non combinò nulla di buono.

Finita la gara, Guido si guardò intorno.

Non c’era traccia di Ilenia.


«Il vincitore è… Guido Marini!» urlò il presentatore al microfono.

Il pubblico lanciò un applauso assordante, seguito da urla e fischi. Guido era incredulo. Non sapeva nemmeno come aveva fatto a chiudere un varial heelflip! Di solito gliene riusciva uno ogni dieci!

Francesco continuava a fischiare come impazzito, alle sue spalle. Il primo premio era un buono spesa per il negozio di articoli sportivi della città. Guido era raggiante, tuttavia… Ilenia non si vedeva.

In compenso, prima che potesse ritirare il premio, gli si avvicinò il suo ragazzo. Era nero in volto, e piuttosto alterato.

«Tu! Ti ho visto provarci con la mia ragazza!» lo apostrofò, dandogli uno spintone.

Guido indietreggiò, strinse i pugni e si fece sotto.

«Ma che fai, coglione… Metti le mani addosso?».

«Non ti azzardare più a parlarle, capito?» rincarò la dose lui.

«Vai a farti fottere» disse Guido, scandendo le parole.

Scoppiò una rissa. Se le diedero di santa ragione, prima che riuscissero a separarli.

«Ti strappo gli occhi dalle orbite, e ci gioco a ping pong!» urlò Guido, fuori di sé, cercando di divincolarsi da chi lo stava trattenendo.

«Sei completamente scemo, io ti ammazzo!» gli rispose l’altro.

Il parapiglia terminò solo dopo diversi minuti. Il presentatore squalificò Guido per rissa, ed il primo premio andò al ragazzo che aveva fatto l’overcrook.


Francesco riuscì a trascinare l’amico a lato del palco, lontano dallo skatepark, proprio mentre l’ultimo gruppo stava accordando gli strumenti per iniziare il proprio spettacolo.

«Ma che ti sei bevuto il cervello? Avevi vinto!».

«Lui mi ha provocato» rispose Guido, tenendo il ghiaccio sull’occhio nero.

«Ma ti rendi conto? Bastava che lo lasciassi parlare, quell’idiota! Avevi vinto il primo premio!».

«Senti, non potevo lasciarmi insultare» ribatté Guido.

«Certo, ed ecco cosa ci hai guadagnato: niente premio ed un occhio nero».

Guido sorrise. «Anche lui aveva un occhio nero, se non sbaglio». Francesco sbuffò, per tutta risposta.

In quel momento, il cuore di Guido saltò un battito… Poi ripartì impazzito a velocità doppia.

Ilenia lo fissava, al limite della folla che aspettava il concerto. Il suo sguardo era indecifrabile.

Guido gettò via la borsa del ghiaccio e si avvicinò. Lei si voltò e sparì fra la folla. Lui la perse di vista per un attimo, ma poi la rivide e la seguì.

Ilenia passò a fianco del banchino delle bibite, e si intrufolò nel passaggio stretto fra il muro della palestra e le scale antincendio dell’edificio scolastico. Guido continuò a seguirla. Il gruppo iniziò a suonare, accolto da un’ovazione del pubblico. Ma la musica giungeva attutita, poiché avevano svoltato l’angolo.

Alla fine del passaggio, proprio dietro il muro posteriore della palestra, Ilenia si fermò.

Non c’era nessun altro intorno. Ormai era sera, ed era piuttosto buio. Ma la luce della luna filtrava comunque dalle poche nubi che vagavano in cielo.

Guido la raggiunse, e le sorrise. Lei scoppiò a ridere.

«Stai ridendo di me?».

«Del tuo occhio nero» annuì lei.

«Sai che dall’alba dei tempi i maschi combattono fra di loro per le femmine, no?».

«Già, però è più o meno dal medioevo che i duelli sono stati aboliti» disse Ilenia, ancora ridendo.

«L’hai messa tu, su questo piano» ribatté Guido.

Lei si finse indignata. «Ma quando mai?».

Lui alzò le spalle. «Mi hai accusato di essere ubriaco. Io dovevo dimostrare che non lo ero».

«E con ciò?»

«Non è un duello anche questo?» chiese il ragazzo.

«Non mi pare», rispose lei.

«Mettila pure come vuoi, lui mi ha provocato».

«Senti lasciamo perdere, va bene? È un idiota, e stasera l’ha dimostrato più volte. Ciò non toglie che sia un’idiota pure tu, a dargli adito» sentenziò la ragazza.

Guido la guardò negli occhi. Cazzo, quanto è bella, pensò.

«È un mistero» disse.

«Cosa?».

«Come facesse quell’imbecille a stare con te e a non considerarti per niente».

Ilenia sbuffò, cercando di cambiare argomento. «Il vero mistero è come hai fatto tu a chiudere quel trick favoloso nonostante fossi vistosamente ubriaco…».

Guido la guardò con malizia.

«Semplice: non ero ubriaco».

Lei ci pensò sopra, e si avvicinò a lui. Ormai erano a pochi passi l’uno dall’altra.

«Mmm… Vorresti dire che, se ti baciassi adesso, non sentirei che il tuo alito sa di birra?».

Guido sorrise. «Perché non ci provi?» la punzecchiò.

Ilenia rimase in silenzio. All’improvviso, il suo volto si fece indecifrabile. Traspariva di indecisione, come se avesse una guerra dentro di sé, come un vulcano che ha accumulato magma per anni, pronto a esplodere da un momento all’altro…

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre, pensò Guido.

Ora o mai più.

Si avvicinò e la baciò sulle labbra. Lei si sbloccò. Gli gettò le braccia al collo, e lo strinse forte. Lui si perse nel bacio, sotto la luce della luna, appoggiato al muro della palestra, mentre la musica dall’altro lato infiammava i cuori del pubblico… La stessa musica che, in un modo o nell’altro, gli aveva fornito il coraggio di buttarsi.

L’onda era passata e lui, con grande ardore e sacrificio, l’aveva afferrata al volo.

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre… Todo lo podras ganar.

L’ultimo verde

Dopo la fine del mondo, Groodie è riuscito a sopravvivere in un ambiente spoglio e desolato per anni, sfuggendo ai predatori rimasti e nutrendosi a stento, finché si ritrova a corto di cibo e speranze…

Il mistero della palude | Scuol@ebook

Il cielo grigio come la polvere si rifletteva cupo e limaccioso sulla superficie increspata dell’acqua torbida.

Era un miracolo, che ci fosse ancora acqua, pensò Groodie.

Sporca, piena di fango e pietre, ma pur sempre acqua. Si chinò a bere, con rapidi colpi della ruvida lingua, sempre tenendo un occhio fisso intorno.

Di alberi ne erano rimasti in piedi pochi. Di foglie verdi, neanche a parlarne.

C’era solo lei… Impavida, gracile per quanto forte, lontana e irraggiungibile. In qualche modo era riuscita a sopravvivere per tutti questi lunghi anni di stenti e fatica…

Una piccola e rigogliosa mangrovia.

Proprio al centro della tetra palude che un tempo, quando Groodie aveva solo poche lune, era parte di una rigogliosa foresta tropicale che ospitava più forme di vita di quante se ne possa immaginare.

Da quando il disco infuocato rosso era sparito, inghiottito da quel mare di polvere e nebbia color antracite che era diventato il cielo della Terra, tutto si era trasformato, e la grande foresta verde era diventata una palude fangosa colma di scheletri, ossa e marciume. Era tutto spento, grigio e morto, da quando la luce se n’era andata. Solo i fuochi fatui brillavano di notte, leggere fiammelle blu che danzavano galleggiando leggiadre sulla superficie dell’acqua melmosa. A parte questo, null’altro risplendeva più di luce propria.

Groodie aveva smesso da tempo di sperare nel ritorno del disco infuocato, su nel cielo. Aveva smesso da tempo di struggersi con l’idea del ritorno ai tempi gloriosi dei suoi primi anni di vita.

Il grande sasso incandescente caduto dal cielo aveva portato via, con il tempo, anche la sua speranza, oltre che tutto il verde della Terra.

A volte si domandava ancora perché, mentre tutti gli esseri morivano di fame e stenti, lui era riuscito a sopravvivere. La verità era che era stato un puro miracolo. Per lunghi anni aveva migrato nelle giungle ricoperte di polvere, scappando dai predatori, nutrendosi delle foglie ingiallite delle piante ormai morte a causa dell’assenza del disco infuocato. Poi, la giungla era diventata un deserto straziante e spento. I colli lunghi, che essendo enormi creature necessitavano di molto cibo, erano stati fra i primi a desistere, seguiti poi da tutti gli altri. E infine, anche i predatori avevano cominciato a morire, per la mancanza di prede.

Groodie aveva smesso di preoccuparsi di tutto questo da molto tempo… Una sola preoccupazione lo divorava, in maniera assurda e maniacale… Quella di continuare a sopravvivere.

La mangrovia era là, non troppo distante, al centro della palude.

Bevve ancora qualche sorso, poi alzo la testa con il pesante corno allungato posteriore, e sempre guardandosi intorno, indietreggiò guardingo.

Lo spinosauro era da qualche parte, nascosto nell’acqua. Enorme, mostruoso. Come poteva un creatura così mastodontica essere sopravvissuta per anni? Come poteva aver trovato sostentamento per la sua mole, in quel deserto del nulla, grigio e tetro come le lande desolate oltre i picchi innevati?

Forse, proprio come era successo a Groodie, per puro caso. O più probabilmente, come testimoniavano le innumerevoli ossa che ogni tanto tornavano a galla fra le acque limacciose, si era eletto guardiano della palude, ed il prezzo per chi si avvicinava all’isolotto verde centrale non era nient’altro che una dolorosa e straziante morte.

Il problema era che Groodie doveva arrivare alla mangrovia, se voleva assaporare ancora l’ultima manciata di foglie verdi rimaste nella palude. E lo spinosauro, allo stesso modo, doveva affondare i suoi denti aguzzi nella carne di Groodie, se voleva sperare di sopravvivere qualche altra luna ancora.

In un modo o nell’altro, uno dei due non avrebbe più visto la luce… Ammesso che fosse mai tornata a splendere, prima o poi.

La lunga coda di Groodie urtò un tronco spezzato, che si sbriciolò come polvere pochi instanti dopo. Il terreno era scuro, fangoso, coperto di piccole chiazze bianche di gelo e neve. Non esistevano più le stagioni, da quando il sasso era caduto ed il disco infuocato era sparito dal cielo. Non esisteva più pioggia né vento. Solo un inferno di polvere e gelo.

Groodie guardò verso centro della palude. Qualcosa si mosse, fra la melma. Nel punto in cui l’acqua era più profonda, un paio di bolle salirono in superficie, gorgogliando.

Faceva freddo. Sempre troppo freddo, da quando il disco infuocato se n’era andato.

Un volatile nero si stagliò nel cielo nuvoloso, seguito a ruota da un altro paio. Erano piccoli. Quelli grossi, con le ali enormi ed una protuberanza cornea come quella di Groodie dietro la testa, erano spariti da un pezzo. E anche quelli piccoli, ormai non ne potevano più. Per anni avevano rosicato tutte le ossa delle carcasse che trovavano, ma non era abbastanza. Niente era abbastanza, per nessun essere… Esclusi i coccodrilli, che per qualche assurda ragione, continuavano imperterriti la loro esistenza come se nulla fosse accaduto.

A proposito, c’erano coccodrilli nella palude, oltre allo spinosauro?? Groodie non lo sapeva. Ma presumeva proprio di no. Quel mostro non avrebbe mai lasciato che qualcun altro girellasse indisturbato intorno alla mangrovia.

La mangrovia… Riusciva a vederla, seppure lontana, ma più che altro, riusciva a sentirla. Quel profumo inconfondibile di clorofilla, così dolce in mezzo ad un mare di marciume, fango e morte. Così irresistibile…

Le bolle sparirono. Groodie aspettò qualche secondo, poi entro con le grandi zampe nell’acqua scura. La coda lo bilanciava, mentre affondava sul fondo melmoso, e si lasciava andare immergendosi con gli occhi a pelo dell’acqua.

Innumerevoli sciami di piccoli insetti tempestavano la superficie della laguna. Per qualche strano motivo, come i coccodrilli, anch’essi non volevano mollare l’osso, e continuavano imperterriti ad infestare ogni luogo, proliferando nelle carogne.

L’acqua era densa, ed era difficile nuotare. Ma Groodie era abituato. Il suo corpo squamato e voluminoso si muoveva restando a galla senza sforzo.

La mangrovia era là, ormai sempre più vicina. Un’isola galleggiante di tronchi ed arbusti gli sbarrava la strada, proprio a metà via. Fece per aggirarla, accorgendosi troppo tardi del proprio errore.

Una voragine si apri in mezzo ai rami. L’acqua fangosa schizzò ovunque.

La vela enorme fu la prima cosa ad uscire fuori. Un ampio ventaglio costellato di lunghe spine ossee che scaturivano dalla schiena del mostro disegnando un profilo a cresta d’onda.

Poi la coda, enorme, possente. Infine, la testa mostruosa, simile a quella dei coccodrilli, ma ancora più grande, con gli occhi rossi iniettati di sangue ed i denti aguzzi che scintillavano nel buio della palude.

Groodie si allontanò con un vigoroso colpo di coda, ma il mostro era agile, veloce, enorme. Gli si gettò addosso, azzannando l’aria a pochi passi dalla sua schiena. Una, due, tre volte. L’aveva mancato di un soffio!

Groodie lottava nuotando per raggiungere la mangrovia. Voleva solo assaggiare per un’ultima volta una foglia verde… E morire così felice, con il sapore idilliaco sulla lingua ruvida, prima di spirare e lasciare questa esistenza di stenti.

Un’ultima volta, un ultimo istante. Un pensiero a tutti i suoi antenati, agli spiriti della foresta, ai tempi gloriosi in cui le creature con le tre corna correvano in branco per le praterie.

Lo spinosauro gli piombò addosso lanciando un gemito di puro odio e furore. Gli occhi accecati dalla fame, le zanne avide di sangue, gli artigli ricurvi e letali.

Groodie c’era quasi, ancora qualche passo, ancora un piccolo sforzo…

Ecco, la foglia verde, ecco la mangrovia, ecco gli antenati che lo salutavano dal cielo…


«Matteo! È pronta la cena!» urlò la mamma, prima di piombare in camera all’improvviso.

Il bambino lascio cadere i pupazzetti per lo spavento.

«Dai, su, non farmelo ripetere un’altra volta. Sono dieci minuti che ti chiamo!» disse la mamma, con un sorriso sulle labbra.

«Mamma, sto giocando!» protestò Matteo, raccogliendo i suoi dinosauri dal gommoso tappeto rosso componibile.

«Forza, non fare i capricci» insistette la mamma. «Ho fatto le cotolette di merluzzo che ti piacciono tanto».

Gli occhi del bambino si illuminarono. «Con gli spinaci??» chiese.

La mamma sorrise ancora di più, mostrando i denti bianchi.

«Sì, certo, con gli spinaci. Forza, vai a lavarti le mani e vieni a tavola».

Matteo corse in bagno, si lavò le mani, e poi si gettò a tavola stringendo il coltello e la forchetta con i pugni, e battendoli sul tavolo. «Merluzzo e spinaci!», urlò tutto contento.

Il babbo rise. Il televisore era sintonizzato sul telegiornale, a basso volume.

«Possiamo spegnere quella roba, almeno mentre si mangia??» disse la mamma.

Lui alzò le spalle, e premette il tasto sul telecomando. Lo schermo mandò una scintilla, e l’immagine morì, spegnendosi di colpo.

«Matteo fai piano, sembra che non mangi da un secolo!».

«Groodie non la penserebbe allo stesso modo» replicò il bambino, con la bocca piena. «Metti che cade un meteorite e muoiono tutte le piante?? Bisogna mangiare velocemente, finché si può!» concluse euforico. Gli spinaci erano deliziosi, e lui ci andava matto. Proprio come Groodie.

La madre alzò gli occhi al cielo. «Forse non è stata una buona idea regalargli il cofanetto di Jurassic Park per il compleanno» ammise, allungandosi sul tavolo per prendere la brocca d’acqua.

Il padre allungò una mano e scompigliò i capelli del figlioletto.

«Invece io penso proprio che sia stata una ottima idea», sentenziò soddisfatto.

Oltre la finestra, il disco infuocato era ancora un pelo sopra l’orizzonte, ad occidente. Lanciava i suoi raggi ovunque, colorando di arancione il profilo dei monti, e facendo risplendere di rosa e oro i contorni delle candide nubi che navigavano lente in cielo.

Alla fine, dopotutto, era tornato.

E ci sarebbe rimasto ancora per un bel pezzo.

Nota dell’autore

Come è ben noto, al momento del limite K-T, ovvero la grande estinzione di massa del Cretaceo Paleocene (sessantacinque milioni di anni fa), sia lo Spinosauro che il Parasaurolophus erano già scomparsi da qualche decina di milioni di anni.

Ma in fondo, un bambino di sette anni potrebbe anche non saperlo, no?

Neutralizzazione

Una favoletta chimica, dove sembra proprio che fra sognare la rivolta armata e bruciarsi i neuroni il passo sia molto sottile.

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Dove?

Il problema principale rimane sempre il dove. Non come, non quando. Il problema è sempre il dove.

Dove farlo?

Ogni volta me lo chiedo. Ogni maledetta volta.

Sono così vicino alla meta. Così vicino. Mi manca solo un po’ di coraggio.

«Dopo gli allenamenti, vieni al circolo?» domanda Dani, stringendo lo zaino sulle spalle. «Hanno un gioco nuovo.»

«Non posso, devo fare una cosa» rispondo a denti stretti.

E lui protesta.

«Ma dai, non esci mai! Cosa vuoi che succeda se rimandi per un po’ i tuoi traffici?»

Possibile che non capisca? A volte mi sembra proprio imbecille.

«Succede che poi ci arriviamo nel programma, e a quel punto tutti diranno che io ho voluto giocare all’esperimento.»

«E con ciò? Che sarà mai?» insiste lui, duro come una pigna.

«Io devo essere il primo, nessuno deve poter affermare che ho preso spunto da qualcosa.»

Dani rotea gli occhi, si arrende e mi saluta, diretto verso casa.

Nessuno capisce. Nessuno. Sono tutti troppo occupati a farsi rammollire il cervello dalla televisione, dai videogiochi e dai telefonini. Eppure, porca miseria, abbiamo sedici anni, ormai. Non sarebbe l’ora di dimostrarsi un po’ uomini, che diamine?

Che vadano al diavolo. Loro, il circolo e i loro schermi brucia-neuroni. Io mi dissocio.

Non mi avranno mai.

Due ore più tardi, libero, mi concedo due minuti per riflettere, mentre torno a casa.

Penso con soddisfazione a tutta la fase di preparazione dei giorni scorsi.

A scuola non ci siamo ancora arrivati, ma io sono andato più avanti nel libro di chimica: sto studiando i capitoli successivi a quelli che il professore spiega durante le lezioni.

Ho così appreso tutto ciò di cui c’è bisogno. Una volta verificato che il procedimento funzioni, e una volta che avrò trovato le chiavi dell’armadietto di chimica della scuola, dove è custodito il prezioso acido nitrico che da mesi bramo di sottrarre… Be’, neutralizzandolo con la comune ammoniaca potrei ottenere, almeno in teoria, il mitico nitrato di ammonio.

Non oso neanche pensarci. Mi si aprirebbero le porte del paradiso. Pare un sogno.

Comunque, il primo passo è provare la reazione con ciò che è facile comprare al supermercato. Cioè acido solforico (contenuto negli stura-cessi) e idrossido di sodio (ovvero la comune soda caustica). Mi sono procurato tutto il necessario, nei giorni scorsi. È stato semplice, e il primo ostacolo è stato superato.

Ma il problema resta sempre quello.

Dove?

Decido di farlo nella cucina al pian terreno. Serve acqua corrente, non posso andare in mezzo a un campo in campagna, come al solito. Anzi, nel bagno a fianco alla cucina, così se qualcuno dovesse entrare, dovrebbe aprire almeno due porte prima di sorprendermi con le mani nel sacco.

Oggi sono solo in casa. Ma non per molto, i miei potrebbero tornare da un momento all’altro.

Mi infilo i guanti e la mascherina. Il primo passo è prendere l’idrossido di sodio in polvere, e diluirlo con l’acqua. Le dosi consigliate nel flacone suggeriscono di fare una soluzione del due percento circa.

Se voglio ottenere il sale, le concentrazioni devono essere proporzionate. Poiché l’acido è già pronto nell’altro flacone al sessantasei per cento, ho davanti due strade. O porto la concentrazione della base al sessantasei per cento, oppure diluisco l’acido fino al due percento.

Ci penso giusto per due secondi.

«Non sono un pappamolla», mi dico. Portiamo tutto al sessantasei per cento, e via.

Calcolo le quantità, scribacchiando su un foglio. Dopo di che, verso le micro palline di soda dentro al recipiente di vetro. Aggiungo poco a poco l’acqua necessaria. Fuma… Aspetto che si calmi.

Ecco la mia soluzione al sessantasei percento di idrossido di sodio.

Metto il recipiente sul davanzale della finestra, per far uscire i fumi. Poi apro il flacone di acido solforico. Calcolo la dose. Più o meno metà bottiglia.

In un angolo della mente penso che sia inutile calcolare le dosi esatte, se poi le misuro a occhio. Ma ho troppa fretta di finire, ogni momento che passa corro il rischio che entri qualcuno.

Travaso l’acido in un altro recipiente. Ci siamo. È tutto pronto.

Tendendo il braccio, restando il più lontano possibile, verso l’acido dentro la base.

Tutto insieme.

Swoosh!

Il composto inizia subito a scoppiettare, zampillando come un geyser.

Spaventato mi ritraggo di colpo, lanciando una mezza imprecazione.

Gli schizzi arrivano dappertutto!

Per fortuna indosso i guanti e la mascherina. Me la sono vista brutta davvero…

Dopo due secondi, finisce tutto, rapido come è iniziato.

Una volta passato lo spavento, controllo i danni. Il recipiente è quasi vuoto: la soluzione è esplosa, schizzando via dappertutto.

Altro che solfato di sodio.

La mia prima reazione di neutralizzazione fra acido e base non è stata proprio un grande successo.

La finestra è annerita in più punti. Provo a lavare con acqua. Non cambia molto, rimane un macello inaudito.

In preda al panico, raccolgo tutto dentro un sacchetto nero dell’immondizia: flaconi, recipienti, guanti e mascherina. Esco in strada con il cuore in gola.  È già buio, non c’è anima viva, e il freddo vento di marzo mi scompiglia i capelli.

Non appena il sacchetto sparisce dentro il capace stomaco di ferro del cassonetto, lascio andare un lungo sospiro di sollievo. Scampato pericolo, a quanto pare.

«Se dovevi solo buttare l’immondizia, avresti potuto venire.»

Il cuore mi salta tre battiti, poi riprende a galoppare impazzito.

«Dani, accidenti a te, mi hai fatto venire un infarto! Ma come diavolo ti salta in testa di spuntare fuori così, alle spalle?» esclamo, furibondo.

Lui scoppia a ridere, e scende dal sellino della bici. «Forza, scemo, vieni a fare un salto. C’è ancora mezz’ora di tempo, prima del coprifuoco.»

Guardo l’orologio. I nostri rispettivi genitori vogliono che siamo a tavola per la cena alle sette e mezza in punto. «Qualche volta vorrei davvero che i nostri vecchi fossero solo dei normali vicini di casa, non compagni dittatori di due nazioni oppresse adiacenti.»

«Ah, come la butti già pesante, tutte le volte. Mi sa che leggi davvero troppa roba di Orwell.»

«Non infangare il nome di quel sant’uomo.»

Dani ignora il mio commento. «Andiamo dai, che c’è il nuovo Resident Evil al circolo, la postazione della Play Station è assediata da ieri.»

Sospiro. Penso che in fondo potrebbe essere un buon alibi… Non si sa mai. Ci saranno delle indagini sulla finestra annerita, anche se può darsi che non venga scoperta per qualche giorno. In ogni caso, meglio non rischiare. Io oggi non c’ero. Ero al circolo.

«E sia, cederò al ricatto capitalista, e addormenterò i miei sensi di ribellione guidando attraverso la realtà virtuale una tipa mezza nuda contro un esercito di zombie assetati di sangue.»

«In fondo, ci sono modi peggiori di soccombere ai propri ideali, no?» dice Dani, con gli occhi che gli brillano. Cazzo, pensa davvero che sbirciare mezzo pixel di tette insanguinate sia il massimo del divertimento?

«Tu non hai capito niente, Dani. Io non soccombo affatto» replico, convinto.

Lui mi fissa sorridendo. «Ah no?»

«No. Ritirarsi oggi per combattere domani. Non ripetere mai due volte gli stessi errori. Ecco cosa insegnano i samurai.»

«Ah, certo. E dimmi, per caso insegnano anche come rattopparsi i pantaloni?» ribatte lui, indicando le mie gambe.

Abbasso lo sguardo sui miei jeans nuovi.

Ci sono due enormi buchi belli grossi, uno all’altezza della coscia destra, l’altro sul ginocchio sinistro.

Impreco sottovoce. Dani scoppia a ridere.

Ci avviamo verso il circolo, verso la tipa pixelata con le tette sporche di sangue dei non morti. Verso il piacevole veleno anestetico che addormenta le coscienze dei membri di un popolo oppresso.

In un attimo di lucidità, mi viene da domandarmi se sia stato l’acido o la base, a corrodere il cotone. Ma poi mi rendo conto che non ha alcuna importanza.

Almeno, non tanto quanto l’ultima riflessione che sorge spontanea. E cioè, quella a proposito del fantomatico dove

Forse, sarebbe stato meglio farlo all’aperto, dopotutto.