Huachicoleros

Questo racconto è stato scritto per un contest. La traccia consisteva nel comporre una storia breve sul tema dell’amicizia, ispirata alla canzone Count on me di Bruno Mars. Buona lettura.


«Esa es una locura» affermò Blanca.

Monica strinse forte la bottiglia di Dos Equis, cercando di mantenere la calma.

«Stammi a sentire» dichiarò, tamburellando nervosamente le dita sulla etichetta bagnata della birra. «Vuoi davvero che vada avanti così?»

Blanca sospirò. «Certo che no.»

«Allora qual è il problema?»

«Troppo rischioso, Monica.»

La ragazza si infervorò, e le guance le divennero paonazze, dello stesso colore del rossetto che aveva sulle labbra.

«No es solo gasolina, hermana» affermò, indicando la città alle loro spalle. «Es nuestra gente, nuestro pueblo… Nuestra vida.»

La città di León si stagliava imponente al di là del tettuccio di lamiera ondulata della veranda del bar di periferia dove stavano sedute le due ragazze. El Bajío, la grande pianura dello stato di Guanajauto, al centro del Messico, si estendeva a perdita d’occhio in direzione sud. Era dominato a settentrione da una fila di brulli colli piuttosto alti, tempestati di pietre sparse, cactus, arbusti e strade polverose che si arrampicavano fino alle cime.

«Abbiamo una occasione unica. Conosco con esattezza l’ora e il posto. Non possiamo assolutamente stare a guardare» insisté la ragazza dai lisci capelli, neri come l’ebano.

«Sai che sono d’accordo con te» rispose Blanca, seria. «Ma questa volta è davvero troppo. Ti farai ammazzare.»

«E allora cosa dovremmo fare? Stare a guardare questi vampiri, che ci succhiano via il sangue?»

Blanca scosse la testa piano, sospirando. Giocherellò con l’aranciata, ormai finita da un pezzo, abbassando lo sguardo.

Monica all’improvviso afferrò la Dos Equis, se la portò alle labbra scarlatte, e bevve con un unico sorso la birra rimasta. Poi si pulì con il dorso della mano.

«Io vado. A mezzanotte. Con o senza di te.»

Lasciò una banconota sul tavolo, si alzò e se ne andò.

Blanca sospirò. Non sapeva proprio cosa fare. Il gestore del bar le si avvicinò.

«La cuenta, señor, por favor

L’uomo con il grembiule annuì, lisciandosi i folti baffi. «Todo bien?» le chiese, prendendo le bottiglie vuote.

Blanca annuì. «A huevo, señor

Una leggiadra melodia, metà folk e metà reggae, si diffondeva nell’aria dai vecchi altoparlanti piazzati sopra il bancone.

« If you ever find yourself stuck in the middle of the sea… I’ll sail the world to find you.»

L’uomo sorrise. Quel cantante era un mezzo gringo, ma dopotutto ci sapeva fare, con gli accordi. Si ritrovò a fischiettare la melodia senza quasi volerlo.

Blanca aveva la testa altrove, e non si accorse di nulla.


Il freddo vento del Bajío fece rabbrividire Monica. Acquattata sotto un fico d’india, la ragazza osservava impaziente l’arido campo al di là della stradina sterrata.

Le tunas, i rossi frutti del cactus, erano mature. Ce ne erano così tante in giro, che la gente non perdeva tempo a raccogliere quelle selvatiche, decisamente troppo piene di semi rispetto alle varietà coltivate per destare interesse. Sarebbero cadute a marcire al suolo, fra la polvere e la siccità.

Era notte, il cielo nuvoloso nascondeva la luna, e le luci della città erano troppo lontane. Si vedeva poco e niente… Manuel le aveva però assicurato che la telecamera a infrarossi funzionava benissimo anche al buio.

Guardò il cumulo di terra in mezzo al campo incolto. C’erano due strisciate di pneumatici che partendo dalla strada, distante un centinaio di metri, attraversavano il campo fino a fermarsi nei pressi della montagnetta. Aguzzando la vista, riuscì a scorgere uno scintillio metallico poche decine di metri più avanti. Era il filo spinato che delimitava l’area dell’oleodotto ufficiale.

I vampiri avevano realizzato un by-pass coi fiocchi. Avevano scavato un tunnel che univa lo snodo ufficiale al vecchio condotto, sempre di Pemex ma in disuso, che scorreva parallelo ad un paio di chilometri di distanza.

Appena fuori dall’area chiusa dal filo spinato avevano piazzato la sorgente abusiva. Le strisciate di pneumatici, che nemmeno si curavano di nascondere, erano la prova che quei succhiasangue venivano spesso a rifornirsi.

Sì, aveva decisamente trovato il posto giusto.

Sospirò. Blanca non era venuta. Era sola. Tuttavia, non doveva farsi scoraggiare.

Un po’ la capiva. La sua amica aveva qualcosa da difendere… Lei non più.

 Strinse l’asta della telecamera, e uscì allo scoperto. Le sue Converse, slacciate, calpestavano la polvere e i ciuffi d’erba al limite del campo. Si guardava intorno, furtiva… Ma non c’era anima viva.

Quando le sembrò di essere abbastanza vicina, piantò l’asta con la piccola telecamera sul suolo sabbioso. Accese il wi-fi, aprì l’applicazione e lanciò la registrazione.

Due piccoli led, uno rosso ed uno blu, si accesero sulla telecamera. Era un problema. I huachicoleros avrebbero potuto vedere le lucette, nell’oscurità della campagna. Ma aveva la soluzione. Si era portata un rotolo di nastro isolante, che applicò velocemente sulla scocca della telecamera, oscurando i led.

In quel momento sentì il rumore di un veicolo. Con il cuore in gola, abbandonò la telecamera e corse al riparo sotto il cactus, al bordo del campo.

Il mezzo non tardò ad arrivare. Era un lungo fuoristrada bianco, con le ruote enormi e le luci a faretto sul tettuccio. L’ampio cassone posteriore era occupato per intero da una enorme cisterna.

Monica fissò sgomenta il fuoristrada. Per un pelo non si era fatta beccare. Poi, mise a fuoco bene la fiancata del mezzo, e sentì il sangue ribollirle nelle vene.

La scritta Pemex, in verde su sfondo bianco, non lasciava spazio a dubbi. Quello era un fottuto mezzo della compagnia… Fino a che punto la mafia estendeva il controllo su quel mercato? Fino a che punto i vampiri avevano accesso all’interno della Pemex?

Forse, avevano rubato il veicolo… Scosse la testa, nel buio. Era più probabile che ci fosse qualche talpa all’interno della compagnia stessa. Un vile senza scrupoli che vendeva la sua integrità per denaro.

Monica era sul punto di esplodere di rabbia.

Il fuoristrada in quel momento si fermò. Alcune sagome scesero, ridendo e sbattendo le portiere. Estrassero un lungo tubo dal cassone, e lo trasportarono fino al cumulo di terra. Lavoravano come se niente fosse.

Erano tranquilli, i porci. La ragazza si impose di rimanere calma. Non avrebbe dovuto fare niente. Solo filmare, e preparare un pacchetto. Poi avrebbe trovato un destinatario giusto per quella merce che scottava. Aveva giusto un paio di idee…

Forse AMLO in persona, che diamine.

Qualunque cosa, pur di fermare quei vampiri che succhiavano il sangue della sua gente… Per la povera anima di suo padre, per quella di suo fratello.

Per il suo popolo.

Un rumore la riportò alla realtà. I huachicoleros avevano azionato la pompa. Stavano pompando il carburante nella cisterna, continuando a parlare allegramente fra loro.

Monica contò una, due, tre figure nella penombra della notte.

Guardò intorno, soddisfatta, cercando con lo sguardo la telecamera, anche se sapeva che non sarebbe stato facile vederla…

E improvvisamente il cuore le saltò un paio di battiti. Affannosamente, strizzò gli occhi cercando di mettere a fuoco.

Non si era sbagliata.

L’asta era caduta, inclinandosi, e la telecamera puntava invano verso il cielo nuvoloso.

Imprecò sottovoce. Avrebbe dovuto rialzarla.

Uscì allo scoperto, con gli occhi fissi verso i tre uomini intorno al tubo piantato in terra, avanzando carponi sul suolo.


Blanca era uscita tardi dal lavoro, anche quella sera.

Era distratta, e il capo l’aveva rimproverata un milione di volte. Non riusciva a pensare ad altro che al folle piano di Monica.

Si conoscevano da quando erano bambine, e lei era sempre stata ribelle, anticonformista e spericolata. Il padre gestiva un distributore, ed era rimasto coinvolto nel giro del carburante rubato. Non era una cattiva persona, rifletté la ragazza. Solo che in Messico era dura tirare avanti una piccola attività, e si era ritrovato incastrato in affari loschi, probabilmente contro la sua volontà. Il fratello di Monica, Francisco, era sempre stato un superficiale frivolo, tutto il contrario di sua sorella… E quando aveva lasciato le penne in una esplosione, proprio durante un furto di benzina, suo padre era finito sotto il mirino delle bande organizzate.

Monica era rimasta orfana, e da allora non si dava pace, organizzando manifestazioni e sensibilizzando la gente al problema degli huachicoleros in ogni modo possibile. Blanca la capiva, e la sosteneva…

Ma non era abbastanza, a quanto pareva. Ora Monica voleva passare ad azioni più dirette. Spionaggio, sabotaggio, e va a capire cos’altro aveva in mente.

Sua madre aprì il pacchetto con i tacos d’asporto che aveva preso al baracchino giù in strada.

«Ahorita me voy. Come, por favor

Blanca annuì distrattamente. L’odore era invitante, e aveva una fame da lupi. Gettò un’occhiata dentro al pacchetto.

Tacos al pastor con nopales. I suoi preferiti.

«Tengo la mamita mejor del mundo» commentò. Strizzò la bustina con la salsa chipotle, e cosparse di prezioso sugo piccante i nopales verdi, dandogli un aspetto magnifico. Nessuno dei suoi compagni gringos, con i quali aveva studiato in California, avrebbe mai indovinato che quella delizia altro non era che la parte carnosa del cactus dei fichi d’india, opportunamente privata delle spine e cotta.

Sua madre sorrise, e uscì, lasciandola sola con i suoi pensieri.

Blanca mangiava, tornando a pensare al problema di Monica. Si sarebbe cacciata nei guai di sicuro… Quelli avevano già fatto fuori il padre, non ci avrebbero messo molto a finire il lavoro.

Sovrappensiero, si ritrovò a canticchiare una canzone.

«You can count on me like one, two, three…»

Oddio, ma dove l’aveva sentita? Poi ricordò. Al bar, quella mattina a pranzo, con Monica.

La maggior parte dei messicani, per non dire tutti, non sapevano certo riconoscere le parole di una canzone in inglese. La propria lingua rappresentava l’orgoglio del popolo, mentre l’inglese era degli stranieri oppressori. Perché affannarsi a impararlo?

Blanca era diversa, però. Lei aveva studiato, e capiva quelle parole. Lei era andata di proposito fra le grinfie del lupo, per cinque lunghi anni di college.

E tuttavia, ora era tornata. Come mai? Perché aveva buttato al vento l’occasione di restare, di vivere una vita migliore?

Per stare dietro a sua madre? Per l’orgoglio messicano? Per cercare di risolvere problemi irrisolvibili, radicati da secoli dentro l’anima del suo stesso popolo, come voleva fare Monica?

La ragazza non aveva risposte.

Strinse la testa fra le mani, completamente indecisa su cosa fare.

«And I know when I need it, I can count on you like four, three, two…»

Facile, pensò. Quando si nasce alle Hawaii, si ha talento, si diventa ricchi e famosi… Sarebbe facile, essere amici così.

Le persone normali, però, navigano nella merda per la vita intera.

Tuttavia, non si lasciano sommergere…

Forse, pensò Blanca, l’unica differenza era quella.


Monica aveva il cuore in gola. Era arrivata nei pressi della telecamera, strisciando fra l’erba rada, ma non riusciva a trovarla.

Era così vicina ai tre uomini che poteva vedere i loro volti. Due erano ragazzi, non avevano che l’ombra di una barba sul viso. Il terzo era un anziano, con il sombrero calato sul viso, la camicia aperta sul petto, e la pistola in mano.

Ovviamente, ti pare? Che viaggiassero disarmati? Non sia mai.

La ragazza deglutì. La sua mano finalmente tastò qualcosa fra i ciuffi d’erba. Era la telecamera. Sollevò piano l’asta, muovendosi al rallentatore, e la piantò per terra, rivolgendo l’obiettivo verso il tubo che stava aspirando benzina dal condotto.

Il rumore basso della pompa era intenso. Ormai erano due minuti buoni che i tre stavano pompando carburante. Monica non aveva idea di quanto ci avrebbero messo.

Lasciò la telecamera, che fino a quel momento aveva tenuto fra le mani. L’asta rimase ritta. Tirò un sospiro di sollievo.

In quel momento l’uomo anziano, distante in linea d’aria non più di dieci metri, girò la testa verso di lei.

Monica si accorse con orrore di aver del nastro adesivo appiccicato alle dita.

I led della telecamera erano liberi.

L’uomo aveva visto la lucetta. Aveva visto anche lei.

Mise mano alla pistola, e urlò.

Monica prese la telecamera, si alzò e cominciò a correre, senza voltarsi.

I due ragazzi si gettarono all’inseguimento. Le loro voci echeggiarono nella pianura buia, il rumore dei loro passi si avvicinava sempre più.

Monica corse come mai aveva fatto prima, in vita sua. Aveva le ali ai piedi…

Ma aveva anche le scarpe slacciate.

Inciampò e cadde miseramente, rotolando sulla polvere. Le furono addosso, la bloccarono. Si divincolò, ma erano in due, giovani e forti.

La trascinarono di peso davanti al fuoristrada, sotto la luce dei faretti. Davanti all’uomo anziano.

Egli guardò la ragazza dai capelli neri, impolverati, e dal rossetto sbavato sulle labbra.

«Pinche cabróna, que haces aquí?»

Monica non rispose. Sostenne il suo sguardo, e sputò per terra.

Uno dei due ragazzi la indicò.

«Mira, carnal. Es la hija de Alvaro.»

«Quien?»

«Alvaro. Se lo cargó la chingada

L’uomo annuì, riconoscendola.

«E lei farà la stessa fine» sentenziò, alzando la pistola.

Monica, fino a quel momento impavida, sentì la paura contorcerle le viscere.

Davvero stava per finire tutto?

Con il cuore in gola, si sforzò di mantenere gli occhi aperti, fissando l’uomo che stava per spararle.

Bang!

Bang! Bang!

Uno, due tre colpi. Monica si guardò intorno incredula.

I tre uomini erano caduti a terra, uno dopo l’altro, senza nemmeno un grido.

Prima ancora che potesse realizzare cosa era accaduto, vide Blanca correrle incontro.

L’abbracciò, respirando forte.

Le aveva salvato la vita.

«Ma dove hai preso quella?» esclamò Monica, sciogliendosi dall’abbraccio dell’amica, e indicando la pistola ancora calda che stringeva nelle mani.

Blanca deglutì, guardando i corpi inermi intorno a loro.

«Mia madre la tiene nell’armadio.»

«Tua madre…» disse Monica, mentre il suo cervello realizzava finalmente la portata della cosa.

«Sì» replicò Blanca. «Dobbiamo sparire. Le si spezzerà il cuore».

«Dove?» chiese Monica, mentre si allontanavano a grandi passi dalla sorgente abusiva.

«Non lo so… Ti piace la California? Ho ancora qualche contatto.»

«Ci troveranno in men che non si dica.»

«Allora, forse…» iniziò Blanca, poi si interruppe.

«Cosa?»

«Come si chiamava il tuo ragazzo italiano?»

«Max?» esclamò Monica, allargando le braccia. «Non lo sento da due anni.»

Blanca alzò le spalle. «Dobbiamo sparire sul serio, Monica.»

Monica sospirò.

«E sia… Italia, allora.»

Blanca aprì la portiera della sua auto, parcheggiata in bilico sul ciglio della stradina sterrata.

«Dobbiamo darci una mossa.»

«Non dovremmo nascondere i corpi?»

«Io là non ci torno» affermò Blanca, rabbrividendo.

Monica scosse la testa. «Nemmeno io…»

Blanca annuì.

Monica sospirò, abbracciando l’amica ancora una volta.

«Grazie… Ti devo la vita.»

Blanca sorrise. All’improvviso si era ricordata perché era tornata. Perché aveva lasciato perdere gli Stati Uniti, rifiutando una vita agiata e sicura. Non era nemmeno l’amore per il Messico, patria grande e piena di ardore, come di problemi, che pur coltivava in cuore suo.

Le cose importanti della vita erano altre.

«Non dirlo nemmeno» affermò, sorridendo all’amica.

«Puoi contare su di me… Sempre.»

La vera storia del mostro del lago

Un mistero imperscrutabile… Una presenza inquietante… Una increspatura nell’acqua, di notte, sotto la luce pallida della luna…
Tutti gli indizi sembrano portare alla stessa conclusione: qualsiasi cosa si celi sotto la superficie del lago, non sarà affatto piacevole se e quando deciderà di uscire e farsi una passeggiata sulle rive.
Ma siamo davvero sicuri che il mostro del lago esista? E se esiste, che sia davvero così malvagio?
Un personaggio impavido, l’ultimo eroe della coerenza e dell’integrità in un mondo malato di falsi voltagabbana, è forse l’unica speranza di fare luce sul mistero.

La vera storia del mostro del lago è un libretto di 28 pagine che accompagna la canzone “Monty D” dei Manovalanza e ne spiega l’essenza. Un racconto breve che ripercorre tutte le tappe della nascita della leggenda, dai primi avvistamenti alla sorprendente conclusione. Il co-protagonista della storia, insieme ovviamente al mostro Monty, è Leonardo Tagliaferri, l’ultimo impavido eroe valtiberino scomparso tragicamente il 4 ottobre 2018.
Il libro è uscito il 4 ottobre 2020, per omaggiare Leo al secondo anniversario della sua scomparsa. È disponibile sia in formato cartaceo stampato (tiratura limitata) sia in formato PDF, scaricabile dal sito della band.

Di seguito una carrellata di foto. Ci sono ancora copie cartacee disponibili! Scrivere a mattiamanovalanza@gmail.com per tutte le informazioni su come averle.

Agarra la onda

Questo racconto breve è ispirato alla canzone Agarra la onda dei Persiana Jones. La storia è ambientata nell’estate 2001, anno di uscita dell’omonimo disco della band piemontese, capolavoro della musica italiana. Erano anni di pogo, sudore, musica, skateboard, risse ai concerti e tresche con le ragazze. In queste righe troverete tutto questo, e anche qualcosa in più. Il racconto è stato scritto per un contest di scrittura creativa.

C’è un momento preciso, nella vita di ogni studente, in cui bisogna chiamare a raccolta ogni cosa imparata.

Guido lo sapeva bene. Altroché!

Quello per lui era l’ultimo anno delle superiori. Il timido sole di inizio giugno gli scaldava la pelle, mentre con lo sguardo concentrato cercava di trovare il coraggio dentro di sé. Un’ultima prova, e poi la gloria. Un ultimo test di coraggio, sacrificio e impegno. L’atto conclusivo di tanti anni di sforzi, la dimostrazione finale che anche lui valeva qualcosa.

«Andiamo, datti una mossa!», disse il suo amico Francesco, sbracciandosi.

Guido sentiva gli sguardi addosso. Si sentiva decisamente sotto pressione. Ma non avrebbe permesso a niente di distrarlo.

Il ragazzo prima di lui uscì, terminando il suo giro. Bene, finalmente toccava a lui. L’attesa lo stava facendo spazientire.

Lanciò un ultimo sospiro, e si preparò a partire.

La prova finale. Per tanti anni si era allenato, solo per arrivare a questo momento. Era l’ora di mettere in pratica tutto ciò che aveva imparato.

E no, non era l’esame di maturità… Tutt’altro.

«Vai!».

Si lanciò sopra la tavola giù per la rampa, a tutta velocità. Il piede destro avanti, il sinistro sulla punta della coda. Proprio così, era un maledetto goofy!

Arrivato al centro dello skatepark, salì a gran velocità sul funbox, e si preparò a saltare.

Sentì Francesco incitarlo, dal bordo della pista.

Schiacciò il piede posteriore sulla coda della tavola, e quasi contemporaneamente strusciò la parte esterna del piede anteriore sulla carta vetrata dello skateboard. Così facendo eseguì un perfetto ollie, un salto, atterrando con la parte centrale della tavola sopra la ringhiera, in equilibrio perfetto.

I suoi amici trattennero il fiato per qualche secondo. Scivolò per tutta la ringhiera a velocità sconsiderata. Un boardslide perfetto, allucinante, come non ne aveva mai eseguiti in vita sua.

Arrivato al termine della ringhiera, saltò giù facendo roteare la tavola sul proprio asse. Front side shove it.

All’ultimo temette di non farcela ad atterrare, aveva i piedi messi malissimo… Ma riuscì lo stesso a mantenere l’equilibrio, chiudendo la manovra e sfrecciando sul cemento piegandosi sulle ginocchia, fra i fischi e gli applausi dei suoi amici.

«Mitico!» disse Francesco, correndogli incontro.

«Sensazionale!» rincarò la dose un altro ragazzino di terza, sbattendo il suo skate per terra per far rumore.

Guido si fermò, sorrise e alzò i pollici verso Francesco.

«Perfetto!» disse, ansimando. «Mai venuto così bene».

Francesco gli si avvicinò con il palmo della mano alzata. Guido gli schioccò un sonoro cinque, tanto era su di giri.

«Ora non devi far altro che ripetere la stessa cosa stasera, alla gara» disse poi Francesco.

Guido annuì, nervosamente. «Già…».

Era mattina presto, e alcuni ragazzi avevano saltato l’ultima lezione per allenarsi in vista della gara prevista in serata. Ci sarebbe stata una grande festa, nell’area intorno alla scuola, con tanto di concerti e gara di skateboard. Guido si allenava da mesi, voleva a tutti i costi fare bella figura.

Dell’esame di maturità, che si sarebbe svolto fra una decina di giorni, non poteva importagli di meno.

«Se stasera riesco a rifare questa roba sono sicuro di vincere» affermò, in un attimo di esaltazione.

Francesco sorrise. «Certo… Se non c’è quella che ti viene a vedere, e ti fa distrarre».

Guido si inalberò. «Quella ha un nome, lo sai? Si chiama Ilenia».

«Certo! E tu lo sai che, oltre che un nome, ha anche un fidanzato?» lo rimbeccò Francesco.

Guido alzò gli occhi al cielo. «Andiamo, Franci, sai benissimo che quel tizio non se la caga di striscio… Non se la merita».

«Senti, va bene, lasciamo perdere. Andiamo a fare colazione, piuttosto, che ne dici? Ho una fame da lupi».

«Bene» rispose Guido, pestando la coda dello skate, che saltò in aria, mentre lui lo afferrava al volo. «Andiamo».

I due amici si avviarono verso il bar della scuola, distante poche centinaia di metri dalla pista di pattinaggio.

Francesco forse scherzava, ma Guido ripensava in continuazione a quel problema… E non trovava una soluzione. Ilenia era troppo bella, e lui le andava dietro da due anni, senza successo. Sospirò, e pensò che forse avrebbe davvero fatto bene a lasciar perdere.


Alle sette e mezzo della sera tutto era pronto. Sul piazzale ampio davanti alla palestra era stato preparato un palco ben attrezzato, dove le band che avrebbero suonato stavano finendo il sound check. Dall’altra parte c’era lo skatepark, già pieno di ragazzini con le BMX che girellavano indisturbati fra le strutture, poiché c’era ancora tempo prima che iniziasse la gara. Una bancarella vendeva bibite a poco prezzo, proprio di lato del palco. Tutta l’area era piena di studenti su di giri. Avrebbero suonato quattro band della scuola e una di professionisti, a conclusione della serata. Guido non stava più nella pelle.

Anche Francesco era eccitato. Tanto che si era presentato con una busta piena di lattine di birraccia da discount, ed un blocchetto di ghiaccio per mantenerle fredde. Lui e Guido ne avevano scolate già un paio per uno.

«Franci sei un pappamolla. Che bisogno c’era del ghiaccio? I veri uomini bevono la birra anche calda» affermò Guido.

«Invece che sparare baggianate, guarda qua» rispose l’amico, indicando il volantino della festa. «Questi sono quelli che fanno i Guns?». Guidò aggrottò la fronte. «No, questi qui sono una formazione nuova, suonano da poco. Fanno punk a tutta velocità, dicono che sono un po’ matti. Hanno pure i fiati, pensa tu».

«Ma che c’entrano le trombe con il punk?» chiese Francesco.

«Pare che suonino una cosa nuova, si chiama skacore, è praticamente punk velocissimo alternato con un ritmo in levare melodico, chiamato ska».

Francesco scoppiò a ridere. «Cazzo, va bene che siamo nel duemilauno, ma questi musicisti non sanno più che inventarsi!».

«Guarda che è roba figa, ti dico. Ho sentito qualcosa».

Francesco alzò lo sguardo verso il palco. In quel momento il primo gruppo stava iniziando a suonare.

«Forza, diamoci dentro» disse, e porse un’altra lattina di birra all’amico. Guido accettò. Avrebbe dovuto rimanere lucido, in vista della gara… Ma aveva diciotto anni, che diamine. Se non reggeva un paio di birre a quell’età, che atleta sarebbe mai stato?


Pogo, spinte, sudore, occhi fuori dalle orbite e entusiasmo alle stelle. Anche Francesco si dovette ricredere.

Questo skacore era davvero una figata!

Il gruppetto con i fiati scese dal palco fra gli applausi di un centinaio di ragazzi urlanti, che continuavano a chiedere il bis. Ma non potevano accontentarli, avevano già esaurito il loro tempo a disposizione, e la cover band dei Guns ‘n Roses scalpitava per salire sul palco.

«Mamma mia che roba» disse Francesco, stappando l’ennesima lattina di birra. «Non avrei mai creduto di sudare e divertirmi così tanto!».

Guido era elettrizzato. «Hai visto quando il trombonista ha fatto l’assolo salendo sulla grancassa della batteria?».

«Ma tu hai visto quando mi sono lanciato dal palco sopra la gente?».

Erano tutti e due abbastanza ubriachi. Non avevano fatto altro che bere, saltare e scatenarsi, nel mezzo della bolgia urlante generata dal concerto di musica energica e irriverente, una piacevolissima scoperta per tutti quanti.

Mentre Guido e Francesco scolavano la loro ultima birra, il batterista della band skacore scese dal palco, e chiese al gruppo dei Guns se potevano suonare un altro paio di brani. Il batterista dell’altra band gli rispose a pesci in faccia che dovevano smettere subito, e poi aggiunse, testuali parole: «che poi non sapete neanche suonare, ho visto che non tieni mai il piede sul pedale del charleston, fai un casino inascoltabile».

Il batterista del gruppo skacore non rispose nemmeno. Almeno, non a parole. Partì subito con un destro diretto al viso dell’altro, a tutta potenza. Questi crollò a terra. Partì una rissa, che venne sedata solo diversi minuti dopo.

Nel mentre, Guido e Francesco passarono al whisky, offerto gentilmente da un loro compagno di classe.

«Come è che diceva, quella frase in spagnolo dell’ultima canzone?» chiese Franci.

«Lo que tu quieras tu tendras, para siempre».

«Sarebbe, “quello che vuoi tu lo avrai”?».

«Per sempre» annuì Guido, confermando.

Quando la musica riprese (il batterista della cover band suonava con una borsa di ghiaccio attaccata alla mandibola), Guido lasciò Francesco a divertirsi con la sua musica preferita, e si avviò lungo il muro della palestra verso il boschetto posteriore, per svuotare la vescica. Barcollava un po’. Forse aveva esagerato col bere. Giusto un po’… E ora come avrebbe fatto a chiudere il suo boardslide? Doveva escogitare qualcosa per riprendersi, pensò.

Mentre si liberava, con estremo sollievo, la sua attenzione fu catturata da un paio di voci alle sue spalle. Più vicine rispetto sottofondo cacofonico del concerto, ma non tanto alte da poter distinguere bene le parole.

Chiuse la cerniera dei jeans, si pulì le mani con l’acqua della fontanella poco distante. E all’improvviso vide, a venti metri davanti a sé, due persone discutere animatamente.

Con un tuffo al cuore, riconobbe una delle due figure.

Era Ilenia. Impossibile sbagliarsi.

Era minuta, con i capelli castani lunghi fino alle spalle, lisci, e gli occhi di una tonalità chiara di marrone, quasi ambrato. Aveva un fisico perfetto, e dei lineamenti duri, non proprio angelici, ma che per lui erano fantastici.

Non era una barbie. Non era una modella… Era una donna vera. Be’, insomma… una ragazza vera.

E stava litigando con il suo fidanzato, che la guardava quasi annoiato.

Che imbecille, pensò Guido. Ha la fortuna di stare con una così, e se ne frega. Che troglodita.

All’improvviso, Ilenia sbatté una mano sul petto del ragazzo, lo mandò sonoramente a quel paese, si voltò di scatto e tornò a passo svelto verso la zona del concerto.

Guido sobbalzò. Aveva notato un guizzo di luce, nel movimento della mano di Ilenia. Lei gli passò a fianco ma non lo vide, era in ombra. Il suo ragazzo, invece, alzò le spalle e se ne andò anche lui. Ma in un’altra direzione.

Guido, senza nemmeno sapere bene che faceva, si avvicinò al punto dove erano i due, fino a pochi istanti prima. Si chinò e guardò per terra, dove aveva visto il luccichio.

C’era un braccialetto. Si era aperto, mentre lei dava una manata a lui, e le era caduto.

Agarra la onda, pensò Guido.

Gli si era presentata davanti un’occasione unica… Ora aveva un pretesto per parlarle. Il cuore gli fece un balzo in gola, e poi prese a galoppare forsennato. Raccolse il braccialetto, e si incamminò verso la musica struggente dei Guns, che proveniva dall’altro lato della palestra.


Non aveva il coraggio, non sapeva neanche cosa dire…

Così si buttò, senza riflettere, e senza aver preparato nessun discorso. O così, o avrebbe perso la sua occasione.

«Ehi, Ilenia… Ciao» le disse, senza pensarci troppo.

Lei, in mezzo alla folla, si voltò e lo vide. «Ciao Guido», rispose, piuttosto stupita.

«Hai perso questo» disse il ragazzo, e aprì il palmo della mano, dove c’era il braccialetto. Ilenia aggrottò la fronte. Poi capì. Prese il braccialetto, ma guardò Guido di traverso.

«Grazie, ma… mi stavi seguendo?»

«No, ero lì per caso, giuro» disse Guido, mordendosi la lingua. Lei alzò le spalle, e fece per voltarsi.

«Aspetta!» disse il ragazzo. Ilenia lo fissò.

Caspita, non mi dà nessun appiglio, pensò Guido.

Poi però gli tornano in mente le parole della canzone che aveva suonato il gruppo scatenato di poco prima.

«Non puoi aspettare, non ti viene a cercare, se pensi troppo non l’avrai».

E così, Guido non pensò. Non pensò affatto.

«Senti, Ilenia, sei la ragazza più bella che abbia mai visto, e lui non ti merita. So che ti piacciono i Guns… Ti va di ballare con me?».

Lei rimase sbalordita. Stava per protestare, ma poi effettivamente Guido vide una qualche luce nei suoi splendidi occhi ambrati. E, appena impercettibile, l’ombra di un sorriso.

Poi, però, quando parlò fu freddissima.

«Non essere ridicolo. Se hai visto quello che è successo, sai bene che non sono in vena, stasera. E poi» aggiunse, puntando il dito contro di lui, «puzzi di birra. Sei ubriaco».

Guido spalancò gli occhi. «Non è vero!».

Ilenia annuì. «Non negare. Sei fradicio».

Guido continuò a scuotere la testa. «Non è assolutamente vero. E anzi, ti dimostro il contrario».

Ilenia fu presa in contropiede. «Come?».

Guido si lanciò, ormai non poteva più trattenersi da niente.

«Ti faccio un boardslide shove it out, durante la gara di skate, e vincerò il primo premio» affermò, tutto d’un fiato.

Ilenia rimase senza parole. Ma stava scherzando?

Lui le lesse nel pensiero, semplicemente guardandola.

«Non sto scherzando. Non sono ubriaco… O almeno, non abbastanza da non vincere la gara! E lo farò per te».

Così dicendo, si ritirò finché era in vantaggio, allontanandosi.

Lei rimase di stucco.


Mezz’ora dopo, il gruppo cover dei Guns scese dal palco. Prima della grande performance dell’ultimo gruppo di professionisti, c’era la gara di skate.

Venti partecipanti, da tutte le scuole del paese. Avrebbero corso trenta secondi per uno, e chi avrebbe fatto l’acrobazia più spettacolare avrebbe vinto la gara.

Guido era il penultimo. La gente era tutta accalcata contro le transenne che delimitavano l’area del pubblico. Studenti, professori, amici e genitori, tutti a guardare dei ragazzi con ginocchiere e caschi sfrecciare giù dalle rampe e sopra le ringhiere.

Era uno spettacolo inaudito. Guido sentiva letteralmente il cuore esplodergli in petto. Lei dov’era? C’era da qualche parte?

«Guido, stai calmo» disse Francesco all’improvviso. Aveva visto che l’amico non faceva altro che guardarsi intorno, girando il collo come un brontosauro.

Il primo concorrente fece un kickflip spettacolare sulla rampa in fondo allo skatepark, innescando un’ovazione incredibile.

Guido era preoccupato. Tutti i concorrenti erano bravissimi. Alcuni non chiusero nessun trick, ma proprio il ragazzo prima di lui, che conosceva di vista, si lanciò deciso verso la ringhiera al centro del funbox, e la grindò tutta in overcrook, scendendo poi con uno shove it ben eseguito.

La folla esplose. Il ragazzo alzò le braccia al cielo e lanciò lo skate in alto. Avrebbe vinto, era certo.

Francesco guardò Guido. «Cosa hai in testa?».

«Non posso fare lo shove it in uscita, come lui. Non sarebbe abbastanza».

«Non dire scemenze» urlò Francesco, per farsi sentire sopra il pubblico che ancora rumoreggiava. «Hai preparato quel trick lì, quello sai fare, non puoi metterti ad improvvisare adesso su due piedi!».

«Devo farlo. Non c’è altra scelta».

«E cosa vuoi fare, allora? Non mi dire che vuoi tentare un var…».

Chiamarono al microfono il nome di Guido. Lui guardò l’amico senza rispondere. Francesco capì al volo, e inorridì. Guido si allacciò le ginocchiere, e salì sulla rampa, sotto lo sguardo di tutti.

Si lanciò giù a tutta velocità, cercando di concentrarsi. Ma qualunque cosa pensasse, vedeva davanti a sé solo il volto di Ilenia.

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre… Y tu momento será…

E il suo momento, infine, venne per davvero.

Saltò, salì sulla ringhiera con un boardslide. Sapeva benissimo che era meno appariscente del overcrook del suo avversario…

E quindi, anziché scendere con un front side shove it, scalciò forte con il tallone del piede davanti.

La tavola roteò sul proprio asse, come in uno shove it… Ma anche sottosopra, con un guizzo visivamente spettacolare.

Guido aveva realizzato un varial heelflip.

Atterrò piegando le ginocchia, e sfrecciò verso la rampa successiva.

Il pubblico impazzì, letteralmente. Urla, schiamazzi e fischi assordanti accolsero l’incredibile manovra! Ci fu un’invasione di pista, e tutti i suoi compagni di classe corsero ad abbracciarlo, facendolo volare in aria ripetutamente.

L’arbitro dovette urlare varie volte al microfono, per far tornare la gente ai propri posti, e far così gareggiare finalmente l’ultimo concorrente, che non combinò nulla di buono.

Finita la gara, Guido si guardò intorno.

Non c’era traccia di Ilenia.


«Il vincitore è… Guido Marini!» urlò il presentatore al microfono.

Il pubblico lanciò un applauso assordante, seguito da urla e fischi. Guido era incredulo. Non sapeva nemmeno come aveva fatto a chiudere un varial heelflip! Di solito gliene riusciva uno ogni dieci!

Francesco continuava a fischiare come impazzito, alle sue spalle. Il primo premio era un buono spesa per il negozio di articoli sportivi della città. Guido era raggiante, tuttavia… Ilenia non si vedeva.

In compenso, prima che potesse ritirare il premio, gli si avvicinò il suo ragazzo. Era nero in volto, e piuttosto alterato.

«Tu! Ti ho visto provarci con la mia ragazza!» lo apostrofò, dandogli uno spintone.

Guido indietreggiò, strinse i pugni e si fece sotto.

«Ma che fai, coglione… Metti le mani addosso?».

«Non ti azzardare più a parlarle, capito?» rincarò la dose lui.

«Vai a farti fottere» disse Guido, scandendo le parole.

Scoppiò una rissa. Se le diedero di santa ragione, prima che riuscissero a separarli.

«Ti strappo gli occhi dalle orbite, e ci gioco a ping pong!» urlò Guido, fuori di sé, cercando di divincolarsi da chi lo stava trattenendo.

«Sei completamente scemo, io ti ammazzo!» gli rispose l’altro.

Il parapiglia terminò solo dopo diversi minuti. Il presentatore squalificò Guido per rissa, ed il primo premio andò al ragazzo che aveva fatto l’overcrook.


Francesco riuscì a trascinare l’amico a lato del palco, lontano dallo skatepark, proprio mentre l’ultimo gruppo stava accordando gli strumenti per iniziare il proprio spettacolo.

«Ma che ti sei bevuto il cervello? Avevi vinto!».

«Lui mi ha provocato» rispose Guido, tenendo il ghiaccio sull’occhio nero.

«Ma ti rendi conto? Bastava che lo lasciassi parlare, quell’idiota! Avevi vinto il primo premio!».

«Senti, non potevo lasciarmi insultare» ribatté Guido.

«Certo, ed ecco cosa ci hai guadagnato: niente premio ed un occhio nero».

Guido sorrise, amaramente. «Anche lui aveva un occhio nero, se non sbaglio». Francesco sbuffò, per tutta risposta.

In quel momento, il cuore di Guido saltò un battito… Poi ripartì impazzito a velocità doppia.

Ilenia lo fissava, al limite della folla che aspettava il concerto. Il suo sguardo era indecifrabile.

Guido gettò via la borsa del ghiaccio e si avvicinò. Lei si voltò e sparì fra la folla. Lui la perse di vista per un attimo, ma poi la rivide e la seguì.

Ilenia passò a fianco del banchino delle bibite, e si intrufolò nel passaggio stretto fra il muro della palestra e le scale antincendio dell’edificio scolastico. Guido continuò a seguirla. Il gruppo iniziò a suonare, accolto da un’ovazione del pubblico. Ma la musica giungeva attutita, poiché avevano svoltato l’angolo.

Alla fine del passaggio, proprio dietro il muro posteriore della palestra, Ilenia si fermò.

Non c’era nessun altro intorno. Ormai era sera, ed era piuttosto buio. Ma la luce della luna filtrava comunque dalle poche nubi che vagavano in cielo.

Guido la raggiunse, e le sorrise. Lei scoppiò a ridere.

«Stai ridendo di me?».

«Del tuo occhio nero» annuì lei.

«Sai che dall’alba dei tempi i maschi combattono fra di loro per le femmine, no?».

«Già, però è più o meno dal medioevo che i duelli sono stati aboliti» disse Ilenia, ancora ridendo.

«L’hai messa tu, su questo piano» ribatté Guido.

Lei si finse indignata. «Ma quando mai?».

Lui alzò le spalle. «Mi hai accusato di essere ubriaco. Io dovevo dimostrare che non lo ero».

«E con ciò?»

«Non è un duello anche questo?» chiese il ragazzo.

«Non mi pare», rispose lei.

«Mettila pure come vuoi, lui mi ha provocato».

«Senti lasciamo perdere, va bene? È un idiota, e stasera l’ha dimostrato più volte. Ciò non toglie che sia un’idiota pure tu, a dargli adito» sentenziò la ragazza.

Guido la guardò negli occhi. Cazzo, quanto è bella, pensò.

«È un mistero» disse.

«Cosa?».

«Come facesse quell’imbecille a stare con te e a non considerarti per niente».

Ilenia sbuffò, cercando di cambiare argomento. «Il vero mistero è come hai fatto tu a chiudere quel trick favoloso nonostante fossi vistosamente ubriaco…».

Guido la guardò maliziosamente.

«Semplice: non ero ubriaco».

Lei ci pensò sopra, e si avvicinò a lui. Ormai erano a pochi passi l’uno dall’altra.

«Mmm… Vorresti dire che, se ti baciassi adesso, non sentirei che il tuo alito sa di birra?».

Guido sorrise. «Perché non ci provi?» la punzecchiò.

Ilenia rimase in silenzio. All’improvviso, il suo volto si fece indecifrabile. Traspariva di indecisione, come se avesse una guerra dentro di sé, come un vulcano che ha accumulato magma per anni, pronto a esplodere da un momento all’altro…

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre, pensò Guido.

Ora o mai più.

Si avvicinò e la baciò sulle labbra. Lei si sbloccò. Gli gettò le braccia al collo, e lo strinse forte. Lui si perse nel bacio, sotto la luce della luna, appoggiato al muro della palestra, mentre la musica dall’altro lato infiammava i cuori del pubblico… La stessa musica che, in un modo o nell’altro, gli aveva fornito il coraggio di buttarsi.

L’onda era passata e lui, con grande ardore e sacrificio, l’aveva afferrata al volo.

Lo que tu quieras tu tendras, para siempre… Todo lo podras ganar.

L’ultimo verde

Dopo la fine del mondo, Groodie è riuscito a sopravvivere in un ambiente spoglio e desolato per anni, sfuggendo ai predatori rimasti e nutrendosi a stento, finché si ritrova a corto di cibo e speranze…

Il mistero della palude | Scuol@ebook

Il cielo grigio come la polvere si rifletteva cupo e limaccioso sulla superficie leggermente increspata dell’acqua torbida.

Era un miracolo, che ci fosse ancora acqua, pensò distrattamente Groodie.

Sporca, piena di fango e pietre, ma pur sempre acqua. Si chinò a bere, con rapidi colpi della ruvida lingua, sempre tenendo un occhio fisso intorno.

Di alberi ne erano rimasti in piedi veramente pochi. Di foglie verdi, neanche a parlarne.

C’era solo lei… Impavida, gracile per quanto forte, lontana e irraggiungibile. In qualche modo era riuscita a sopravvivere per tutti questi lunghi anni di stenti e fatica…

Una piccola e rigogliosa mangrovia.

Proprio al centro della tetra palude che un tempo, quando Groodie aveva solo poche lune, era parte di una rigogliosa foresta tropicale che ospitava più forme di vita di quante se ne possa immaginare.

Da quando il disco infuocato rosso era sparito, inghiottito da quel mare di polvere e nebbia color antracite che era diventato il cielo della Terra, lentamente (ma nemmeno troppo) tutto si era trasformato, e la grande foresta verde era diventata una palude fangosa colma di scheletri, ossa e marciume. Era tutto spento, grigio e morto, da quando la luce se n’era andata. Solo i fuochi fatui brillavano di notte, leggere fiammelle blu che danzavano galleggiando leggiadre sulla superficie dell’acqua melmosa. A parte questo, null’altro risplendeva più di luce propria.

Groodie aveva smesso da tempo di sperare nel ritorno del disco infuocato, su nel cielo. Aveva smesso da tempo di struggersi con l’idea del ritorno ai tempi gloriosi dei suoi primi anni di vita.

Il grande sasso incandescente caduto dal cielo aveva portato via, con il tempo, anche la sua speranza, oltre che tutto il verde della Terra.

A volte si domandava ancora perché, mentre tutti gli esseri morivano di fame e stenti, lui era riuscito a sopravvivere. La verità era che probabilmente era stato un puro miracolo. Per lunghi anni aveva migrato nelle giungle ricoperte di polvere, scappando dai predatori, nutrendosi delle foglie ingiallite delle piante ormai morte a causa dell’assenza del disco infuocato. Poi, la giungla era diventata un deserto straziante e spento. I colli lunghi, che essendo enormi creature necessitavano di molto cibo, erano stati fra i primi a desistere, seguiti poi da tutti gli altri. E infine, anche i predatori avevano cominciato a morire, per la mancanza di prede.

Groodie aveva smesso di preoccuparsi di tutto questo da molto tempo… Una sola preoccupazione lo divorava, in maniera assurda e maniacale… Quella di continuare a sopravvivere.

La mangrovia era là, non troppo distante, al centro della palude.

Bevve ancora qualche sorso, poi alzo la testa con il pesante corno allungato posteriore, e sempre guardandosi intorno, indietreggiò guardingo.

Lo spinosauro era da qualche parte, nascosto nell’acqua. Enorme, mostruoso. Come poteva un creatura così mastodontica essere sopravvissuta per anni? Come poteva aver trovato sostentamento per la sua mole, in quel deserto del nulla, grigio e tetro come le lande desolate oltre i picchi innevati?

Forse, esattamente come era successo a Groodie, per puro caso. O più probabilmente, come testimoniavano le innumerevoli ossa che ogni tanto tornavano a galla fra le acque limacciose, si era eletto guardiano della palude, ed il prezzo per chi si avvicinava all’isolotto verde centrale non era nient’altro che una dolorosa e straziante morte.

Il problema era che Groodie doveva arrivare alla mangrovia, se voleva assaporare ancora l’ultima manciata di foglie miracolosamente verdi rimaste nella palude. E lo spinosauro, allo stesso modo, doveva affondare i suoi denti aguzzi nella carne di Groodie, se voleva sperare di sopravvivere qualche altra luna ancora.

In un modo o nell’altro, uno dei due non avrebbe più visto la luce… Ammesso che fosse mai tornata a splendere, prima o poi.

La lunga coda di Groodie urtò un tronco spezzato, che si sbriciolò come polvere pochi instanti dopo. Il terreno era scuro, fangoso, coperto di piccole chiazze bianche di gelo e neve. Non esistevano più le stagioni, da quando il sasso era caduto ed il disco infuocato era sparito dal cielo. Non esisteva più pioggia né vento. Solo un inferno di polvere e gelo.

Groodie guardò verso centro della palude. Qualcosa si mosse, fra la melma. Nel punto in cui l’acqua era più profonda, un paio di bolle salirono in superficie, gorgogliando.

Faceva freddo. Sempre troppo freddo, da quando il disco infuocato se n’era andato.

Un volatile nero si stagliò nel cielo nuvoloso, seguito a ruota da un altro paio. Erano piccoli. Quelli grossi, con le ali enormi ed una protuberanza cornea come quella di Groodie dietro la testa, erano spariti da un pezzo. E anche quelli piccoli, ormai non ne potevano più. Per anni avevano rosicato tutte le ossa delle carcasse che trovavano, ma non era abbastanza. Niente era abbastanza, per nessun essere… Esclusi ovviamente i coccodrilli, che per qualche assurda ragione, continuavano imperterriti la loro esistenza come se nulla fosse accaduto.

A proposito, c’erano coccodrilli nella palude, oltre allo spinosauro?? Groodie non lo sapeva. Ma presumeva proprio di no. Quel mostro non avrebbe mai lasciato che qualcun altro girellasse indisturbato intorno alla mangrovia.

La mangrovia… Riusciva a vederla, seppure lontana, ma più che altro, riusciva a sentirla. Quel profumo inconfondibile di clorofilla, così soavemente dolce in mezzo ad un mare di marciume, fango e morte. Così irresistibile…

Le bolle sparirono. Groodie aspettò qualche secondo, poi entro con le grandi zampe nell’acqua scura. La coda lo bilanciava perfettamente, mentre affondava sul fondo melmoso, e si lasciava andare immergendosi con gli occhi a pelo dell’acqua.

Innumerevoli sciami di piccoli insetti tempestavano la superficie della laguna. Per qualche strano motivo, come i coccodrilli, anch’essi non volevano mollare l’osso, e continuavano imperterriti ad infestare ogni luogo, proliferando nelle carogne.

L’acqua era densa, ed era difficile nuotare. Ma Groodie era abituato. Il suo corpo squamato e voluminoso si muoveva restando a galla senza sforzo.

La mangrovia era là, ormai sempre più vicina. Un’isola galleggiante di tronchi ed arbusti gli sbarrava la strada, proprio a metà via. Fece per aggirarla, accorgendosi troppo tardi del proprio errore.

Una voragine si apri in mezzo ai rami. L’acqua fangosa schizzò ovunque.

La vela enorme fu la prima cosa ad uscire fuori. Un ampio ventaglio costellato di lunghe spine ossee che scaturivano dalla schiena del mostro disegnando un profilo a cresta d’onda.

Poi la coda, enorme, possente. Infine, la testa mostruosa, simile a quella dei coccodrilli, ma ancora più grande, con gli occhi rossi iniettati di sangue ed i denti aguzzi che scintillavano nel buio della palude.

Groodie si allontanò con un vigoroso colpo di coda, ma il mostro era agile, veloce, enorme. Gli si gettò addosso, azzannando l’aria a pochi passi dalla sua schiena. Una, due, tre volte. L’aveva mancato di un soffio!

Groodie lottava nuotando disperatamente per raggiungere la mangrovia. Voleva solo assaggiare per un’ultima volta una foglia verde… E morire così felice, con il sapore idilliaco sulla lingua ruvida, prima di spirare e lasciare questa esistenza di stenti.

Un’ultima volta, un ultimo istante. Un pensiero a tutti i suoi antenati, agli spiriti della foresta, ai tempi gloriosi in cui le creature con le tre corna correvano in branco per le praterie.

Lo spinosauro gli piombò addosso lanciando un gemito di puro odio e furore. Gli occhi accecati dalla fame, le zanne avide di sangue, gli artigli ricurvi e letali.

Groodie c’era quasi, ancora qualche passo, ancora un piccolo sforzo…

Ecco, la foglia verde, ecco la mangrovia, ecco gli antenati che lo salutavano dal cielo…


«Matteo! È pronta la cena!» urlò la mamma, prima di piombare in camera all’improvviso.

Il bambino lascio cadere i pupazzetti per lo spavento.

«Dai, su, non farmelo ripetere un’altra volta. Sono dieci minuti che ti chiamo!» disse la mamma, con un sorriso sulle labbra.

«Mamma, sto giocando!» protestò Matteo, raccogliendo i suoi dinosauri dal gommoso tappeto rosso componibile.

«Forza, non fare i capricci» insistette la mamma. «Ho fatto le cotolette di merluzzo che ti piacciono tanto».

Gli occhi del bambino si illuminarono. «Con gli spinaci??» chiese.

La mamma sorrise ancora di più, mostrando i denti bianchi.

«Sì, certo, con gli spinaci. Forza, vai a lavarti le mani e vieni a tavola».

Matteo corse in bagno, si lavò le mani, e poi si gettò a tavola stringendo il coltello e la forchetta con i pugni, e battendoli sul tavolo. «Merluzzo e spinaci!», urlò tutto contento.

Il babbo rise. Il televisore era sintonizzato sul telegiornale, a basso volume.

«Possiamo spegnere quella roba, almeno mentre si mangia??» disse la mamma.

Lui alzò le spalle, e premette il tasto sul telecomando. Lo schermo mandò una scintilla, e l’immagine morì, spegnendosi di colpo.

«Matteo fai piano, sembra che non mangi da un secolo!».

«Groodie non la penserebbe allo stesso modo» replicò il bambino, con la bocca piena. «Metti che cade un meteorite e muoiono tutte le piante?? Bisogna mangiare velocemente, finché si può!» concluse euforico. Gli spinaci erano deliziosi, e lui ci andava matto. Proprio come Groodie.

La madre alzò gli occhi al cielo. «Forse non è stata una buona idea regalargli il cofanetto di Jurassic Park per il compleanno» ammise, allungandosi sul tavolo per prendere la brocca d’acqua.

Il padre allungò una mano e scompigliò i capelli del figlioletto.

«Invece io penso proprio che sia stata una ottima idea», sentenziò soddisfatto.

Oltre la finestra, il disco infuocato era ancora un pelo sopra l’orizzonte, ad occidente. Lanciava i suoi raggi ovunque, colorando di arancione il profilo dei monti, e facendo risplendere di rosa e oro i contorni delle candide nubi che navigavano lente in cielo.

Alla fine, dopotutto, era tornato.

E ci sarebbe rimasto ancora per un bel pezzo.

Nota dell’autore

Ovviamente, come è ben noto, al momento del limite K-T, ovvero la grande estinzione di massa del Cretaceo Paleocene (sessantacinque milioni di anni fa), sia lo Spinosauro che il Parasaurolophus erano già scomparsi da qualche decina di milioni di anni.

Ma in fondo, un bambino di sette anni potrebbe anche non saperlo, no?

La buena onda

Diario del tour in Messico dei Manovalanza

Data di pubblicazione: febbraio 2017

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/buena-onda-Mattia-Bernardini/dp/8892502360

Editore: auto pubblicazione tramite Streetlib

Genere: narrativa autobiografica, diario di viaggio

La buena onda è il mio primo libro pubblicato. Si tratta di un diario di viaggio del tour che ho effettuato con i Manovalanza, la mia band, in Messico nell’agosto 2015. Il libro è stato pubblicato tramite Streetlib ed è disponibile in tutti i maggiori negozi in rete sia in formato ebook che cartaceo. Di seguito la quarta di copertina ed un breve estratto.

I Manovalanza sono un gruppo ska-punk in attività dal 2006. Nati un po’ troppo tardi per far parte della “terza ondata di ska”, giunta in Italia alla fine degli anni novanta. Dopo una gavetta di auto produzione durata anni, ignorati totalmente da agenzie ed etichette discografiche, il complesso trova finalmente un terreno fertile dove sia gli ascoltatori che gli addetti al settore sono davvero interessati a loro. Peccato che la terra in questione si trova al di là dell’Oceano Atlantico… Il Messico! Con sacrificio e impegno, nel 2015 finalmente il sogno viene realizzato ed il tour messicano è alle porte. Questo libro è un dettagliato diario di ciò che affrontano i Manovalanza nella antica terra degli Aztechi e dei Maya. Partendo dal lungo viaggio in aereo, passando per la calorosa accoglienza messicana e finendo con le grottesche avventure on the road. Trasferte su furgoni scassati per strade dissestate, camminate sotto al sole cocente tra banditos e wrestler, notti passate sopra autobus con l’aria condizionata in modalità Polo Nord, corse folli in metropolitana e concerti in ogni dove. Uno spaccato di vita intensa che vede i protagonisti catapultati in una realtà molto differente dalla provincia alla quale sono forzatamente abituati, affrontando ogni difficoltà con determinazione e passione. Sullo sfondo la grande metropoli messicana, la splendida costa dei Caraibi, la gente ospitale e cordiale, le follie ed il ritmo rallentato di una nazione che, pur essendo immersa in mille difficoltà e vivendo all’ombra della maggiore potenza mondiale, non teme rivali in quanto a ricchezza d’animo. Perché il cuore pulsante del Messico arriva a toccare profondamente chiunque lo viva con ardore… Anche se solo per poche ruggenti settimane.

Estratto dal capitolo 3.

Battesimo di fuoco al Coyote Cósmico

Venerdì 7 agosto 2015

Il cielo messicano è davvero sconfinato. Ovunque ti giri non ne vedi la fine… Il clima invece, qui alla periferia della capitale, è alquanto bizzarro: un minuto prima fa caldo, sotto il sole splendente, ed il minuto dopo il vento si alza, le nubi coprono il sole e improvvisamente senti un brivido di fresco percorrere la schiena. Non si direbbe mai, ma a quasi tremila metri di altitudine è il vento del deserto che detta legge su caldo e freddo in ogni momento. Le nuvole corrono veloci ed il tempo è in constante cambiamento, con una escursione termica consistente fra il giorno e la notte.

Dopo aver dormito fra la polvere che mi tappa un po’ le vie respiratorie, nella stanza al piano superiore insieme a Valerio e al Lombardi, mi sveglio alle otto in punto. Fin troppo presto. Al piano inferiore gli altri sono già tutti i piedi. Marco e Francesco vanno a fare la spesa alla Bodega Aurrera, tornando dieci minuti dopo con un dolce enorme e rotondo con buco al centro, che assomiglia decisamente ad un classico torcolo valtiberino! Inoltre portano biscotti di vario tipo ed alcune ciambelle stile donuts americane. Io e Valerio iniziamo la giornata con un brindisi di medicinali: antistaminici nel suo caso, fermenti lattici e integratori nel mio. Sotto sotto temo che sia solo un piccolo assaggio, fin troppo spavaldo, di ciò che ci aspetta nei prossimi giorni. Comunque, dopo colazione passiamo il resto della mattinata a preparare gli zaini. Nei prossimi tre giorni abbiamo quattro concerti programmati, tutti vicino al centro della città, ed è probabile che non torneremo qui ad Acolman a dormire. Hazael ci ha detto che ci troveranno una sistemazione in varie case più vicine al centro, di amici e parenti… Staremo a vedere. Quello che è certo è che occorre preparare lo zaino ed esser pronti a tutto.

Il pranzo è a base di tacos, piatto tipico ed ingrediente principale della dieta dei messicani. Si tratta di piccole piadine di farina di mais bianco che possono essere farcite con molti tipi di carne macinata, verdure cotte e crude, e condite con salse di ogni tipo. A me piacciono molto, e anche Valerio e Riccardo apprezzano! Marco preferisce i panini con il prosciutto cotto, ma in generale anche lui si sta trovando bene riguardo al cibo, molto meglio di quanto immaginasse. Questo pasto consumato all’esterno nel giardino davanti a casa, sopra un quadrato di polistirolo appoggiato sulla custodia del sax improvvisata come tavolino, è davvero un toccasana per il nostro umore.

Nel primo pomeriggio finiamo di preparare la nostra roba, mentre nella piccola abitazione già regna il caos più totale. Chiacchieriamo fra noi un po’ preoccupati, pensando a come sarà il nostro primo concerto in terra azteca… Il cielo è nuvoloso ed il caldo un po’ attenuato, minaccia di piovere. Ci importa poco perché stasera suoneremo al chiuso, in un locale chiamato Coyote Cósmico, di cui ancora sappiamo poco e niente. La tensione è molto alta, mista alla curiosità e all’impazienza di arrivare presto al posto del concerto.

Alle sei in punto arrivano Leo, Felipe e Lele a prenderci con due furgoni. Avevano detto che sarebbero venuti alle quattro e mezza… Poco male. Uno dei due automezzi è il mini-van marrone di Leo che ormai conosciamo, già carico con la strumentazione; l’altro è un furgoncino blu vecchio e sgangherato, con i sedili posteriori rivolti verso l’interno e disposti ai lati, anziché in file come i nostri europei. A bordo del mezzo ci sono già i componenti dei Korto Circuito, il complesso che suonerà insieme a noi accompagnandoci per tutto il tour. Si tratta di gruppo ska-reggae proveniente da Chetumal, capoluogo dello stato del Quintana Roo, la zona conosciuta come caribe méxicano. Saliamo un po’ titubanti nel furgone blu, salutando i membri dei Korto Circuito con un semplice «hola», un sorriso e nulla più. Ma siamo sicuri di starci tutti? Beh… Siamo circa venti persone in un furgone che ne tiene forse quindici, ognuno con gli strumenti e gli zaini in braccio. Per me che sono claustrofobico, è quasi una tortura. Vorrei distendere almeno un po’ le gambe, ma c’è spazio a malapena per muovere di due centimetri le braccia. Roba da matti!

In più il viaggio è lungo: circa quaranta minuti. Il quartiere dove siamo diretti è pieno di polvere, fango e case basse un po’ simili a favelas. I dossi che si ripetono ogni dieci secondi contribuiscono a rendere il tutto più movimentato e scomodo… Nel tentativo di distrarsi gli altri cominciano a sparare battute gravissime sulla nostra prossima morte, quando ci fermerà la polizia e ci farà scendere tutti per perquisirci. Ma ciò non succede. Passiamo attraverso la periferia della metropoli, con i suoi cartelli enormi, incroci assurdi, cani randagi a spasso ovunque, mendicanti e venditori con la mercanzia esposta in spalla, baracche-negozi con le insegne dipinte sui muri di colore bianco sporco, e una fila interminabile di auto mezze distrutte che si fermano ogni tre metri per non volare sopra ai dossi. Incontriamo anche parecchie pattuglie di polizia, sia in auto, che in moto, che su dei furgoni enormi iper-corazzati. Ma nessuno per fortuna si interessa a noi. Ci sono cose ben più strane, sulle strade di Città del Messico, di un vecchio furgone blu con venti persone schiacciate a bordo…

Alle sette e qualche minuto della sera finalmente arriviamo al locale, parcheggiando poco più avanti nel primo posto disponibile. Come scendiamo dal furgone subito si nota un forte puzzo di escrementi. Ci sono delle buche enormi ai bordi della strada, ancora piene di acqua marrone e fangosa. Il cielo è grigio e minaccia pioggia. Scarichiamo la pesante strumentazione e percorriamo i pochi metri dal parcheggio al locale a piedi. Nessuno di noi capisce bene cosa stia succedendo: la situazione è caotica e nessuno dei messicani sembra in grado di fornire troppe spiegazioni. Non rimane che attendere e stare a vedere che piega prendono gli eventi. Nel frattempo, mi guardo intorno e cerco di farmi un’idea del posto.

La Pulquería Coyote Cósmico è un piccolo locale situato lungo una strada molto trafficata nel quartiere di Nezahualcóyot. Si tratta di un quartiere povero e abbastanza malfamato, non lontano dall’aeroporto internazionale, dove siamo giunti ieri. Queste sono le poche informazioni che abbiamo per ora. Dando uno sguardo dentro al locale mi viene da sorridere e da piangere al tempo stesso. È minuscolo. Ma proprio del tipo che è impossibile suonarci dentro! Ci sono due stanze solamente. Una è quella con il bancone ed è piena di gente. L’altra è quella dove si dovrebbe suonare, solamente che c’è anche il bagno oltre ad un mucchio di sedie ammassate a ridosso della parete, con il risultato che c’entrano a malapena batteria e amplificatori. E fra le due stanze, c’è soltanto l’apertura di una porta. Ma come è possibile suonare qui?

L’unica cosa da fare è affrontare la questione dal punto di vista messicano. A parte noi europei, tutti gli altri non sono minimamente preoccupati, anzi per loro la situazione è del tutto normale. Non rimane che abbracciare la follia messicana e gettarsi a capofitto in questa avventura…! Mentre Leonardo monta il palco aiutato da Lele, che indossa sempre lo stravagante cappello di paglia sulla testa, noi siamo costretti a rimanere fuori perché fisicamente non ci entriamo nella piccola stanza. Ammassiamo quindi la strumentazione sul marciapiede fuori dal locale, preparandoci ad una lunga attesa. Invece veniamo subito accolti, anzi assaliti, da un gruppo di ragazzi che ci tempestano di domande e di complimenti. Alcuni di loro fanno parte de “La Nueva Union”, il gruppo spalla che suonerà stasera insieme a noi e ai Korto Circuito. In più c’è la clientela normale del locale, ed infine tutti gli altri sono fan arrivati apposta per vedere a noi.

Aspetta, fermi tutti… venuti apposta per vedere a noi??

Eh sì, a quanto pare! Così dicono, e subito ci chiedono di fare un sacco di foto insieme. Ed è così che inizia un’ora frenetica in cui parlo in spagnolo con venti persone diverse, cercando di gestire le tante richieste di traduzione che mi arrivano dagli altri, e conoscendo poco a poco tutti i ragazzi lì intorno. È davvero incredibile, un’emozione unica! E pensare che ancora non abbiamo neanche iniziato a suonare. Ci sono i ragazzi della Nueva Union, fra diciotto e venti anni, che sono entusiasti e contentissimi di suonare insieme a noi. Ci facciamo scattare foto insieme a loro, poi gli regaliamo magliette, spille e adesivi. Inoltre ci sono anche Alberto e Sckep, due ragazzi che gestiscono un blog che si chiama “International Ska”, e che fra l’altro hanno organizzato insieme ad Hazael la serata che si terrà domani sera al Bar Xipe, in centro storico. Con loro due parlo molto della musica in Italia e in Europa, una conversazione interessante e costruttiva che mi permette di farmi un’idea di come attualmente la musica e la cultura in generale in Messico sia molto più presa in considerazione rispetto che in Italia.

Insomma, in poche parole, sono momenti emozionanti e spettacolari. Trovarsi venti persone che una dopo l’altra ti chiedono di fare una foto insieme, poi parlarci in spagnolo, scoprire di cavarsela abbastanza a dispetto della riservatezza, e intavolare un bel discorso sulla cultura musicale in due paesi così lontani… Beh, è davvero un’emozione unica e stupenda. Ad un certo momento finalmente arriva anche Daniel, il padrone del locale: un giovane figo con il ciuffo impomatato di gel, tipico dell’etnia latino americana. Ci dà il benvenuto calorosamente, stringendo le mani a tutti, e ci offre la specialità della casa: il pulque. Trattasi di una bevanda alcolica, dal colore biancastro e dal sapore alquanto particolare, ottenuta dalla fermentazione del liquido raccolto da una particolare pianta grassa, l’agave. Esiste solo in Messico, ci dice, e assieme alla tequila è considerata bevanda nazionale. In passato veniva utilizzato dai sacerdoti aztechi durante alcuni riti particolari. Si beve direttamente da delle brocche di terracotta… «Quieren probar el pulque?» ci domanda. Noi annuiamo. Lui sparisce per pochi secondi dentro al locale, per poi tornare con una brocca enorme da cinque litri piena di liquido biancastro, che ci offre a due mani senza tanti complimenti! Io prendo la brocca sorridendo un po’ stupito, peserà almeno cinque chili… Lui dice «se non è abbastanza dopo ve ne porto ancora!» e poi sparisce. Io assaggio il pulque ancora stralunato. Non è male, però ha un sapore un po’ strano e immagino che alla lunga sia un po’ stucchevole. Faccio girare la brocca fra gli altri dei Manovalanza e fra i ragazzi messicani, ma ovviamente la sbobba è troppa e non riusciamo a finirla nemmeno dopo venti minuti di brindisi vari!

Nel frattempo, mentre noi parliamo sul marciapiede con i ragazzi del luogo, succedono almeno due cose importanti. Dentro il locale Leonardo finisce di montare, ed i Korto Circuito iniziano a suonare per primi senza avvisare nessuno e senza fare il sound check. Fuori invece, sulla strada, a pochi metri da noi passano auto a tutto fuoco mentre la gente attraversa senza guardare. Una ogni dieci è una volante della polizia con le sirene spiegate. Ogni volta che questo accade, i ragazzi messicani mi dicono di coprire la brocca di pulque, o di spostarla dietro gli zaini perché è proibito bere alcolici fuori dai locali. Ma non è tutto… Ad un certo punto nel cielo grigio Marco avvista un elicottero. Non fa in tempo a sorridere dicendo «oh che bello, guarda un elicottero così basso sulle case» che subito si sentono raffiche di mitra sparate dall’elicottero verso terra, in una strada non troppo lontana dalla nostra. Noi tutti rimaniamo pietrificati, gli altri ragazzi del luogo neanche si degnano di alzare lo sguardo.

Sono le otto e mezzo della sera, i Korto Circuito stanno suonando dentro al locale, ma è pieno zeppo e non c’è verso di entrare per noi che siamo fuori. Paradossalmente, ancora non abbiamo nemmeno visto il palco finito di montare. Così rimaniamo all’esterno a chiacchierare ancora con i ragazzi e a bere pulque. Inizia a piovere, anche se dapprima è solamente qualche goccia che giunta a terra si mescola alla polvere, formando un fango grigiastro per nulla attraente. Il Mancio, insieme a Valerio e Riccardo, prendono un taxi per andare all’aeroporto sperando di ritirare basso e trombone… Nel frattempo i Korto Circuito finiscono il loro spettacolo. A sentirli dal fuori son davvero molto bravi, ma immagino che avremo modo di scoprirlo meglio in seguito, visto che suoneremo sempre insieme. Adesso però è il turno de “La Nueva Union”. Sono un gruppo di ragazzetti e si sente che sono ancora alle prime armi, tuttavia il batterista è velocissimo e le melodie hanno un qualcosa di tipico dello skacore messicano che tanto piace anche a me. Purtroppo, proprio dopo un paio di canzoni, la corrente elettrica va via e tutto il locale rimane al buio. Quasi subito dopo la pioggia si intensifica e tutti cerchiamo riparo sotto la tettoia, a ridosso del marciapiede.

Tornano Riccardo, Valerio ed il Mancio. Gli strumenti sono arrivati, ma la custodia del basso è visibilmente incrinata su di un lato. Riccardo è troppo sollevato di aver di nuovo il basso fra le mani, per essere davvero incazzato contro la British Airways. Li aggiorniamo sulla situazione: la corrente elettrica è saltata ed il locale è ancora immerso nel buio. Passano diversi minuti, senza che la situazione cambi affatto. Ormai tutto sembra perduto, la luce è andata via e non si capisce se tornerà o meno. Per fortuna che l’entusiasmo contagioso dei ragazzi del luogo, misto al pulque e alla birra bevuta, ci distrae un po’. Tuttavia il morale è piuttosto basso: sembra che già la prima serata debba saltare!

Il proprietario del locale, insieme ad un altro tizio folle che non sembra minimamente preoccupato dell’accaduto, ad un certo punto escono e aprono la porta a fianco; dove ci sono dei contatori vecchissimi con fili penzolanti connessi insieme in maniera vergognosa. In Italia sarebbe reato montare un impianto elettrico così. Ma il peggio viene subito dopo. La pioggia diventa un temporale, le pozze si ingrandiscono e persino il marciapiede vicino ai contatori si allaga del tutto. Il tizio folle apre il contatore, toglie i fili dal muro e li schiaffa sul pavimento, non curante del fatto che è allagato… Si fa luce con la torcia del telefono (altra cosa incredibile: qui vivono nel fango e nel degrado ma hanno tutti smartphone e reti wi-fi in ogni dove) e armeggia sui cavi scoperti, mentre con i piedi è a mollo fino alle caviglie. È tutto questo mentre ride e scherza con il proprietario Daniel, come se fosse tutto normale!!! Roba da matti.

Però funziona. C’è da dire una cosa sui messicani: sono ritardatari, lenti e vivono nella sporcizia, ma non si perdono d’animo mai. In una situazione in cui in Italia tutti si sarebbero dati per vinti, rinunciando, per loro è normalissimo andare avanti in qualche modo e risolvere alla meglio i problemi.

Ed ecco che, dopo qualche vampata di luce, accolta prima da un boato e poi da un sospiro di delusione da parte del pubblico, alla fine la corrente elettrica ritorna per davvero! Mentre fuori continua a piovere a dirotto, dentro Leonardo e gli altri preparano il palco per i Saders, prossimo gruppo che suonerà. Si tratta di un gruppo skacore dal suono violento e pesante, molto simile a 8Kalacas, Mafia Rusa e Sekta Core. Uno stile di suonare tipicamente messicano che mischia ritmi ska ossessivi, con la batteria che pesta sulla grancassa, a riff praticamente metal con la voce urlata e le chitarre ruggenti. Interessante, anche se forse un po’ troppo pesante rispetto allo stile europeo al quale siamo abituati noi.

Durante il set dei Saders il pogo nella stanza del bancone è violentissimo. Sembra quasi una rissa: la gente ha gli occhi allucinati e di fuori dalle orbite, tutti urlano e acclamano il gruppo, botte da orbi in ogni dove. Se non fossi qui e non lo vedessi con i miei occhi non ci crederei mai.

Dopo il tornado di adrenalina dei Saders, finalmente tocca a noi… La situazione è strettissima ed è un vero casino preparare il palco, con tutta la gente intorno che vuole andare al bagno a svuotare le vesciche dal troppo pulque bevuto. Il Mancio, il Lomba e il Buzzo incontrano non poche difficoltà a piazzare le telecamere; mentre Leonardo e Lele smontano tutti i cavi dei microfoni e li ricollegano da capo, senza motivo alcuno!

Occorre precisare due cose sul suonare dal vivo in Messico. Uno: non esiste il sound check. I gruppi arrivano, montano e suonano uno dopo l’altro senza provare un cazzo. Due: non esistono i monitor. O se anche ci sono, sono solo per bellezza. In questo caso non ci sono direttamente, dunque si fa anche prima e ci si mette l’anima in pace.

Tuttavia, una volta partiti con l’introduzione e con i primi brani, sentiamo tutti una spinta dentro che ci permette di suonare bene anche in queste condizioni estremamente sfavorevoli. Il motivo è semplice: gli occhi della gente. Persone che non hanno quasi niente, che abitano in baracche, che vivono per strade polverose, ma che hanno un vero corazon in petto che batte per la musica. Sguardi allucinati e sorridenti, applausi sinceri alla fine di ogni brano, ballo e pogo fin dalla prima canzone… Un calore ed un sostegno inimmaginabile, che nemmeno nelle più rosee previsioni ci saremmo aspettati.

E così il primo concerto dei Manovalanza in Messico, dentro un localino con due stanze di dieci metri quadrati, scorre via che è una meraviglia. Gente che balla, che fa le foto ed i filmati, teste che si affacciano dall’apertura della porta sopra altre teste, e così via. Siamo tutti talmente tanto stretti che il sudore ed i respiri si fondono quasi fino a diventare una cosa unica. Due ragazze saltano a tempo sopra alla custodia del basso di Riccardo, perché non c’è altro spazio fra il muro e il bagno, ridendo e facendoci foto allegramente. E ovviamente finendo di spaccarla per bene. Tutti sono entusiasti, molti ubriachi, molti altri semplicemente contenti di essere arrivati alla fine di un altro giorno. Suonare qui stasera, al Coyote Cósmico, mi dà una sensazione di euforia indescrivibile!

Alla fine della scaletta accuso la stanchezza tutta insieme… Dopotutto, non ce ne siamo nemmeno accorti, ma non abbiamo cenato per niente, ed il pulque nello stomaco brucia come il fuoco. Appena finito il concerto, subito veniamo presi d’assalto ancora una volta dai ragazzi che voglion fare foto, che ci chiedono le magliette, che ci domandano di autografare i CD… Due ragazzi di una rivista locale mi chiedono persino un’intervista, che registrano con il cellulare direttamente sul palco. Sono sempre meno preoccupato per il mio spagnolo: me la cavo discretamente, dopo tutta la serata passata a parlare con chiunque! Anzi, se devo proprio dirla tutta, ci sto prendendo decisamente gusto.

All’improvviso però, quando l’adrenalina defluisce ed incominciamo a smontare le nostre cose, mi sento improvvisamente male. Un mal di pancia assurdo e acuto mi stronca in due, forse a causa del cibo piccante di oggi, del fatto che stasera non ho cenato, o per via del pulque bevuto direttamente da una brocca in cui ci hanno messo la bocca tutti… O forse è solamente l’insieme di tensione e digiuno, non saprei dire.

Comunque, mentre la gente si dirada e Leo continua a smontare, in qualche modo riesco a sopportare il tutto. Hazael ci fa i complimenti per come suoniamo dal vivo. Prima di organizzare tutto il tour naturalmente ci ha sentito su internet, ma vederci dal vivo lo lascia piacevolmente sorpreso. Ciò mi regala una grande soddisfazione! Poi mi presenta suo fratello Pavel, che fra l’altro gli somiglia moltissimo. Dice che stasera dormiremo a casa di loro sorella Wendy, che abita vicino al centro della città. In questo modo domattina saremo pronti per suonare al mercato del Chopo. Anche il proprietario del locale, il fico Daniel con il ciuffo latin lover, ci fa un sacco di complimenti e mi regala pure un magnete enorme da frigo con il simbolo del Coyote Cósmico! Questo regalo è molto importante per me: è un ricordo concreto e tangibile della prima esibizione dei Manovalanza in Messico.

Ci vuole molto tempo per smontare tutto, radunarsi e caricare la strumentazione nei furgoni. Noi Manovalanza ci dividiamo nelle auto di Pavel, Hazael e Paulina. Una mezz’oretta dopo siamo a casa di Wendy, la sorella di Hazael. Un appartamento decisamente migliore dell’altro dove abbiamo alloggiato, in una zona un po’ più ricca della città. O forse sarebbe più corretto dire meno povera… Comunque, la casa ha due piani, un cortile sul retro con una porta da calcio e quattro stanze da letto al piano superiore. Anche se in realtà tutto questo lo vedremo meglio domattina, perché ora siamo davvero stanchi. Io e Marco ci sistemiamo in una delle stanze dove c’è un letto matrimoniale in discesa… Giuro! Facciamo giusto in tempo ad andare al bagno ed infilarci a letto, prima di crollare addormentati. È stata una lunga serata, sono le due della notte e siamo stanchi morti.

Domani suoniamo due volte, e la sveglia è puntata per le otto della mattina.

Neutralizzazione

Una favoletta chimica, dove sembra proprio che fra sognare la rivolta armata e bruciarsi i neuroni il passo sia molto sottile.

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Dove?
Il problema principale rimane sempre il dove. Non come, non quando. Il problema è sempre il dove.
Dove farlo?
Ogni volta me lo chiedo. Ogni maledetta volta.
Sono così vicino alla meta. Così vicino. Mi manca solo un po’ di coraggio.
«Dopo gli allenamenti, vieni al circolo?» domanda Dani, stringendo lo zaino sulle spalle. «Hanno un gioco nuovo.»
«Non posso, devo fare una cosa» rispondo a denti stretti.
Dani protesta. «Ma dai, non esci mai! Cosa vuoi che succeda se rimandi per un po’ i tuoi traffici?»
Possibile che non capisca? A volte mi sembra proprio ritardato.
«Succede che poi ci arriviamo nel programma, e a quel punto tutti diranno che io ho voluto giocare all’esperimento.»
«E con ciò? Che sarà mai?» insiste lui, duro come una pigna.
«Io devo essere il primo, nessuno deve poter affermare che ho preso spunto da qualcosa.»
Dani rotea gli occhi, si arrende e mi saluta, diretto verso casa.
Nessuno capisce, ovviamente. Nessuno. Sono tutti troppo occupati a farsi rammollire il cervello dalla televisione, dai videogiochi e dai telefonini. Eppure, porca miseria, abbiamo sedici anni, ormai. Non sarebbe l’ora di dimostrarsi un po’ uomini, che diamine?
Che vadano al diavolo. Loro, il circolo e i loro schermi brucia-neuroni. Io mi dissocio.
Non mi avranno mai.

Due ore più tardi, finalmente libero, mi concedo due minuti per riflettere, mentre torno a casa.
Penso con soddisfazione a tutta la fase di preparazione dei giorni scorsi.
A scuola non ci siamo ancora arrivati, ma io sono andato più avanti nel libro di chimica: sto studiando i capitoli successivi a quelli che il professore spiega durante le lezioni.
Ho così appreso tutto ciò di cui c’è bisogno. Una volta verificato che il procedimento funzioni correttamente, e una volta che avrò trovato le chiavi dell’armadietto di chimica della scuola dove è custodito il prezioso acido nitrico, che da mesi bramo di sottrarre… Be’, neutralizzandolo con la comune ammoniaca potrei ottenere, almeno in teoria, il mitico nitrato di ammonio.
Non oso neanche pensarci. Mi si aprirebbero le porte del paradiso. Pare un sogno.
Comunque, il primo passo è provare la reazione con ciò che è facile comprare al supermercato. Cioè acido solforico (contenuto negli stura-cessi) e idrossido di sodio (ovvero la comune soda caustica). Mi sono procurato tutto il necessario, nei giorni scorsi. È stato semplice, e il primo ostacolo è stato superato.
Ma il problema resta sempre quello.
Dove?
Decido di farlo nella cucina al pian terreno. Serve acqua corrente, non posso andare in mezzo a un campo in campagna, come al solito. Anzi, nel bagno a fianco alla cucina, così se qualcuno dovesse entrare, dovrebbe aprire almeno due porte prima di sorprendermi con le mani nel sacco.
Oggi sono solo in casa. Ma non per molto, i miei potrebbero tornare da un momento all’altro.
Mi infilo i guanti e la mascherina. Il primo passo è prendere l’idrossido di sodio in polvere, e diluirlo con l’acqua. Le dosi consigliate nel flacone suggeriscono di fare una soluzione del due percento circa.
Se voglio ottenere il sale, le concentrazioni devono essere proporzionate. Poiché l’acido è già pronto nell’altro flacone al sessantasei per cento, ho davanti due strade. O porto la concentrazione della base al sessantasei per cento, oppure diluisco l’acido fino al due percento.
Ci penso giusto per due secondi.
«Non sono un pappamolla», mi dico. Portiamo tutto al sessantasei per cento, e via.
Calcolo le quantità, scribacchiando velocemente su un foglio. Dopo di che, verso le micro palline di soda dentro al recipiente di vetro. Aggiungo poco a poco l’acqua necessaria. Fuma… Aspetto che si calmi.
Ecco la mia soluzione al sessantasei percento di idrossido di sodio.
Metto il recipiente sul davanzale della finestra, per far uscire i fumi. Poi apro il flacone di acido solforico. Calcolo la dose. Più o meno metà bottiglia.
In un angolo della mente penso che sia inutile calcolare le dosi esatte, se poi le misuro a occhio. Ma ho troppa fretta di finire, ogni momento che passa corro il rischio che entri qualcuno.
Travaso l’acido in un altro recipiente. Ci siamo. È tutto pronto.
Tendendo il braccio, restando il più lontano possibile, verso l’acido dentro la base.
Tutto insieme.
Swoosh!
Immediatamente il composto inizia a scoppiettare violentemente, zampillando come un geyser.
Spaventato mi ritraggo di colpo, lanciando una mezza imprecazione.
Gli schizzi arrivano dappertutto!
Per fortuna indosso i guanti e la mascherina. Me la sono vista brutta davvero…
Dopo due secondi, finisce tutto, rapido come è iniziato.
Una volta passato lo spavento, controllo i danni. Il recipiente è quasi vuoto: la soluzione è praticamente esplosa, schizzando via dappertutto.
Altro che solfato di sodio.
La mia prima reazione di neutralizzazione fra acido e base non è stata proprio un grande successo.
La finestra è annerita in più punti. Provo a lavare con acqua. Non cambia molto, rimane un macello inaudito.
In preda al panico, raccolgo tutto dentro un sacchetto nero dell’immondizia: flaconi, recipienti, guanti e mascherina. Esco in strada con il cuore in gola. È già buio, non c’è anima viva, e il freddo vento di marzo mi scompiglia i capelli.
Non appena il sacchetto sparisce dentro il capace stomaco di ferro del cassonetto, lascio andare un lungo sospiro di sollievo. Scampato pericolo, a quanto pare.
«Se dovevi solo buttare l’immondizia, avresti potuto venire.»
Il cuore mi salta tre battiti, poi riprende a galoppare impazzito.
«Dani, accidenti a te, mi hai fatto venire un infarto! Ma come diavolo ti salta in mente di spuntare fuori così, alle spalle?» esclamo, furibondo.
Lui scoppia a ridere, e scende dal sellino della bici. «Forza, scemo, vieni a fare un salto. C’è ancora mezz’ora di tempo, prima del coprifuoco.»
Guardo l’orologio. I nostri rispettivi genitori vogliono che siamo a tavola per la cena alle sette e mezza in punto. «Qualche volta vorrei davvero che i nostri vecchi fossero solo dei normali vicini di casa, non compagni dittatori di due nazioni oppresse adiacenti.»
«Ah, come la butti già pesante, tutte le volte. Mi sa che leggi davvero troppa roba di Orwell.»
«Non infangare il nome di quel sant’uomo.»
Dani ignora il mio commento. «Andiamo dai, che c’è il nuovo Resident Evil al circolo, la postazione della Play Station è assediata da ieri.»
Sospiro. Penso che in fondo potrebbe essere un buon alibi… Non si sa mai. Ci saranno sicuramente delle indagini sulla finestra annerita, anche se può darsi che non venga scoperta per qualche giorno. In ogni caso, meglio non rischiare. Io oggi non c’ero, assolutamente… Ero al circolo.
«E sia, cederò al ricatto capitalista, e addormenterò i miei sensi di ribellione guidando attraverso la realtà virtuale una tipa mezza nuda contro un esercito di zombie assetati di sangue.»
«In fondo, ci sono modi peggiori di soccombere ai propri ideali, no?» dice Dani, con gli occhi che gli brillano. Cazzo, pensa davvero che sbirciare mezzo pixel di tette insanguinate sia il massimo del divertimento?
«Tu non hai capito niente, Dani. Io non soccombo affatto» replico, convinto.
Lui mi fissa sorridendo. «Ah no?»
«No. Ritirarsi oggi per combattere domani. Non ripetere mai due volte gli stessi errori. Ecco cosa insegnano i samurai.»
«Ah, certo. E dimmi, per caso insegnano anche come rattopparsi i pantaloni?» ribatte lui, indicando le mie gambe.
Abbasso lo sguardo sui miei jeans nuovi.
Ci sono due enormi buchi belli grossi, uno all’altezza della coscia destra, l’altro sul ginocchio sinistro.
Impreco sottovoce. Dani scoppia a ridere.
Ci avviamo verso il circolo, verso la tipa pixelata con le tette sporche di sangue dei non morti. Verso il piacevole veleno anestetico che addormenta le coscienze dei membri di un popolo oppresso.
In un attimo di lucidità, mi viene da domandarmi se sia stato l’acido o la base, a corrodere il cotone. Ma poi mi rendo conto che non ha alcuna importanza. Almeno, non tanto quanto l’ultima riflessione che sorge spontanea.
E cioè, quella a proposito del fantomatico dove…
Forse, sarebbe stato meglio farlo all’aperto, dopotutto.